res publica

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Chi ha letto tutta la post_illa 2013 prima di questo pezzo forse potrà pensare che si tratti di questioni di famiglia, di questioni alte e basse di un piccolo contesto associativo di donne. In alcuni casi, di questioni infime e miserabili. Quelle che di solito si tengono in serbo e nella migliore delle ipotesi è bene lavare in casa.

Non è così.
Innanzitutto, si tratta di questioni che spiegano più di altre l’evolversi di faccende che hanno avuto e continuano ad avere risvolti pubblici, se non politici.

Inoltre, alla base di quelle questioni vi sono sentimenti molto comuni che – pur se nascosti ai riflettori – si agitano e producono effetti pubblici anche altrove.

Quali i sentimenti e i loro derivati? Invidia, arroganza, ingratitudine, personalismi, ricatti, pressioni, smanie di potere.

Ho visto agire molte volte questi sentimenti nella politica delle donne, per come l’ho praticata nell’Udi.
Li ho visti e li vedo agire anche altrove.
Il più delle volte sono mascherati o sublimati.

Spesso, il fatto che non siano nominati o che non escano allo scoperto contribuisce a farne deflagrare gli effetti.

Accade dappertutto: nelle vite private, negli uffici pubblici e privati, nelle aziende, nei partiti, nelle alcove, al bar, allo stadio, in un tribunale, in un ospedale, sui social network, in un’aula di consiglio comunale.

Infine, accade moltissimo in un parlamento.
Quest’ultimo contesto, sulla carta, è quello dove più che in altri si dibatte,  si dipana e si governa la cosiddetta res publica.
Quest’ultimo contesto è quello dove maggiormente svolgono i propri effetti quei sentimenti e loro derivati, anche quando non raggiungono livelli infimi.

Ho un’alta considerazione della parola compromesso e di ciò che la parola comporta quando viene declinata da soggetti adulti, consenzienti, con forme di potere più o meno congruenti tra loro. Sopratutto, quando viene declinata da soggetti che, pur confliggendo, si danno reciproco riconoscimento. In caso contrario, ci si trova di fronte molto spesso a costrizioni e ricatti, concessioni e armistizi, disconoscimenti e prevaricazioni, insomma a ciò che in pubblico e privato ruota intorno ad un’altra parola, sempre la stessa: guerra.  

Quanto questo accada anche nei rapporti privati, la politica delle donne lo sa. Non è da poco che si parla di guerra tra i generi.
Una guerra sui generis, dove quasi sempre uno dei soggetti è molto più forte dell’altro, dove quasi sempre le dichiarazioni di guerra sono a senso unico. Ma pur sempre di guerra si tratta.

Voglio un mondo diverso.
E lotto per questo.
In pubblico e in privato.

Voglio un mondo dove poter dichiarare un conflitto, senza arrivare alla guerra.

Dove confrontarsi su fatti e progetti senza ideologie, senza prese di posizione destinate a restare tali in eterno.

Voglio un mondo dove si dialoga.

Spesso, invece, guardiamo e incarniamo monologhi a corrente alternata, dove non ci si ascolta perchè non si ha alcun interesse a ciò che l’altra/o ha da dire.
Dove manca il rispetto non tanto perchè manchi l’educazione, ma perchè manca l’interesse.
Dove manca la comunicazione – anche in contesti che sarebbero il non plus ultra della cosiddetta comunicazione – perchè ciascuna/o si limita a comunicare in alternanza il proprio sè.

Quella non è res publica, ma trionfo di singole miserie.
Se accade in istituzioni parlamentari – come sta accadendo da troppo tempo in Italia – il tutto è acuito da populismi e ideologie.

A pari merito, populismo e ideologia sono i prodotti di un contesto infante di democrazia.
Italia vive questa infanzia da molto più di 60 anni.
Uscire da una dittatura non ha comportato l’immediata immissione in una pratica democratica.

In questo contesto infante di democrazia le responsabilità di rappresentate e rappresentati, in pubblico e in privato, non sono minori di quelle dei rispettivi rappresentanti.

Anche quando non c’è autentica rappresentanza in senso democratico, resta comunque il trionfo della rappresentazione.

Se devo enucleare in poche parole cosa significa per me fare politica oggi è questo: prima ancora che lottare per un mondo migliore, si tratta di agire affinchè di altro – che certamente c’è – si dia adeguata rappresentazione.
Praticare questo altro.
Condividerlo.
E che res publica sia.

 

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