liberiamoci da un male

Le ideologie che si agitano nel nuovo millennio non sono quelle di cui abbiamo letto nei libri di storia. Ma pur sempre di ideologie si tratta. Il fatto che si tratti di ideologie – pur se differenti da quelle nefaste del secolo scorso – comporta conseguenze che, se non sono nefaste, poco ci manca.

In lungo e in largo, in a carte scoperte, è presente il mio rifiuto per l’ideologia della cosiddetta sinistra in Italia.
Sinistra molteplice, multiforme, variegata, mutata, trasformata. Ma sempre sinistra.

Scrivo rifiuto e non ripudio, perchè quell’ideologia non ha mai fatto parte di me.
Questo, a cagione di qualcosa che non saprei dire, è insito fin dai miei primi passi di vita.

Non mi è appartenuta neanche quando da adolescente – parliamo dei cosiddetti fantastici anni settanta – mi sono invaghita anch’io di cose che avevano aggettivi come proletaria al fianco.

Neanche quando sono stata sfiorata da qualcosa di prossimo alla lotta armata.

Sono nata e cresciuta, come molte donne in Italia, in una famiglia cattolica. Sono imbevuta mio malgrado di una cultura che con l’ideologia cattolica ha molto a che fare. Uno dei primi corollari di tale cultura nei quali mi sono imbattuta, che ho sempre combattuto e che tuttora mi circola intorno minacciosamente è il senso di colpa.

Ormai, a 55 anni, sono divenuta esperta. Lo fiuto a distanza, nelle cose piccole come nelle grandi recriminazioni. Ho cercato e tuttora cerco con tutte le mie forze di restare ancorata al suo esatto contrario, almeno per me: il senso di responsabilità.

Tornando all’ideologia sinistra, in a carte scoperte ho scritto del mio rifiuto per tale ideologia perchè quella io ho patito. Dentro e fuori da Udi. L’ho patita anche quando non mi si è parata davanti chiaramente, a carte scoperte. Anzi, in quei casi l’ho patita ancor di più. Ciò non comporta – ma se occorre lo scrivo – che mi coinvolga o addirittura mi affascini in alcun modo una ideologia di destra.

Se penso di dovermi definire con categorie politiche correnti, mi rendo conto che arrivo a non poterne usare molte. E forse nessuna. Sono una donna bianca occidentale. Stop.

Se mi dico femminista, so già che casco in una miriade di detti e non detti, scritti e non scritti, para-filosofie e paraculismi vecchi di 30 anni almeno. Allora ho smesso di dirlo e a volte perfino di pensarlo.

Non mi sono mai detta lesbica – pur essendo una donna che ama un’altra donna – per molti motivi. La parola non mi piace, tutt’al più preferisco la spagnoleggiante lesbiana.

Sopratutto, non ho mai pensato che essere lesbica costituisca un fatto politico. Conosco donne che di questo fanno un fatto politico. Confliggo con loro, pur rispettandone la scelta.
E non mi appartiene il punto di partenza proprio del lesbismo politico: l’assunto antidiscriminatorio. Ne ho scritto e parlato molto, a ridosso della Campagna 50E50 che non era, non è e, per quanto mi concerne, non sarà mai una lotta contro la discriminazione delle donne in politica.

Se dico di me che sono liberale – come dico tra me e me in privato e solo lì rimane – so già quanto e come casco male. So quanto ci sono cascata in Udi, per esempio.

E pure liberale per me è parola alta, forte, piena. Parente stretta della parola libertà. Oserei dire parola rivoluzionaria, se non fosse che anche rivoluzione è parola altamente ideologizzata. Pertanto nefasta.

Più in largo, sono convinta che sul nostro Pianeta i luoghi dove ha il suo corso la cosiddetta democrazia liberale siano i migliori luoghi possibili, nei quali vivere e lottare per migliorarli ancora. Fuori da ogni ideologia.

Quando mi va di giocare, dico che se rinascessi preferirei di gran lunga un seminterrato al fianco delle 2 Torri Gemelle, oppure una capanna a Gerusalemme, oppure un qualsiasi angolo in Gran Bretagna, oppure una locanda a Città del Capo, piuttosto che la migliore delle sistemazioni private a Kabul, Gaza, L’Avana, Mosca o Managua.

Perchè in America – sbaglio sempre, dicono che si deve dire giustamente U.S.A. – potrei lottare come faccio anche qui contro la pena di morte, per esempio.

Perchè in Inghilterra potrei con altri mettere all’indice – cosa peraltro accaduta, e chapeau! – un Blair bugiardo e guerrafondaio, per esempio.

Continuando nel gioco, lo concludo dicendo che preferirei alla fine essere nata dove sono nata, in un paesino del sud Italia, a 13 anni dalla fine di una Guerra di Liberazione e pochi, pochissimi chilometri di distanza via mare da un posto bello bellissimo, ma molto infelice per le donne e non solo per loro: l’Albania.

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01 gennaio 2012 ore 8 circa
alba e albania
all’orizzonte di otranto

Ho conosciuto molti anni fa una donna a Lecce, esperta di Albania. Esperta da molto prima degli anni novanta. Era una donna molto ideologizzata. Forse troskista o giù di lì. Una donna seria, sia chiaro. Faceva parte anche lei dell’Udi, quando io l’Udi non sapevo neanche cosa fosse. Oggi quella donna continua ad essere esperta di Albania. La vedo e sento meno ideologizzata di 30 o 40 anni fa. E pure, chi lo sa?

Oggi, ex appartenenti ambosesso al vecchio e glorioso Partito Comunista Italiano usano molto, parlando in prima persona, la parola liberale e la parola democratico. Perfino la locuzione socialdemocrazia in bocca ad alcune/i sembra diventata una bestemmia, di questi tempi. Cosa buffa. Che tra altre cose buffe mi spinse a scrivere non sono comunista, però… sul sito di cittadinanze.

Le ideologie sono dure a morire, però. Anche in chi ripudia, a parole, le ideologie più nefaste del secolo passato.
Durano a morire nei comportamenti e nelle scelte di campo, sopratutto.

Subito dopo la Campagna 50E50, mi sono occupata, a ridosso di altro, della questione dell’innalzamento dell’età pensionabile per le donne. In quella faccenda c’è stato un altro trionfo di ideologia. E di falsità al seguito.

Racconto un episodio di tanti che potrei citare. Quello che oggi sarebbe il Segretario del Partito Democratico allora era il Segretario della CGIL. In tale veste intervenne in un contesto di donne sindacaliste a Roma. Contesto nel quale mi trovavo anch’io, per assistere. Erano i tempi per l’appunto del dibattito pro e contro l’innalzamento e – dopo aver studiato la sentenza europea che aveva condannato Italia, dopo aver letto montagne di rassegna stampa e letto altrettante falsità targate CGIL – volevo sentire cosa dicevano nel dettaglio alcune donne che pure conoscevo, come Valeria Fedeli per esempio. 1

Ebbene, prima e dopo l’intervento di Epifani, nessuna delle intervenute toccò l’argomento. L’onore e l’onere furono lasciati tutti al Segretario che si lanciò in un’accorata difesa della vigente tutela per le donne, dicendo tra le altre cose che con l’innalzamento si voleva ledere un diritto, si voleva colpire le donne già così lese nei propri diritti in Italia, le donne già così gravate da cronica mancanza di servizi e sussidi in Italia. Applausi.

Ideologia. Pura ideologia, condìta di ipocrisia.

Ricordo una donna, una sindacalista romana conosciuta durante la Campagna 50E50, che arrivò a sostenere una perfetta falsità, senza dubbio in buona fede. Lo ha fatto via mail con me e della cosa abbiamo discusso a lungo. Sosteneva che il “diritto” per le donne in Italia di andare in pensione prima degli uomini era stato frutto di una lotta sindacale. Ma quando mai? Era stato invece un regalo avvelenato del regime fascista negli anni 30!

Ecco dove dove può condurre l’ideologia, pensai allora. E ora lo scrivo.
Morale della favola: sulla vicenda del prepensionamento le donne si sono divise in Italia, non sono riuscite a trovare un punto d’unione. Ah, se penso alle accuse che ha dovuto subìre una come Emma Bonino da parte di sedicenti rivoluzionarie di casa nostra, per esempio. Alla fine, il dibattito è stato lasciato tutto nelle mani di burocrati ed economisti da una parte, e sindacalisti piacioni, dall’altra.

Solo un esempio. Ne potrei fare molti altri, su questioni che riguardano anche le donne. Penso alle vicende della procreazione medicalmente assistita, per esempio; penso al dibattito sulle unioni civili; e ancora quelli para-sindacali sul part-time e sulla conciliazione dei tempi. Quante ideologie. Passate più o meno allegramente su corpi di donna.

Il fatto è che liberarsi dalle ideologie non è cosa facile. Per nulla.
Riescono ad avere sembianze confortanti, a volte. Quasi una culla.
Infatti, per liberarsi da esse occorre crescere, andare in giro per il mondo, dialogare, guardarsi intorno senza paraocchi, studiare.
In 2 parole: diventare adulte. 

vai

 

 

 

 

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1

se non erro, Valeria Fedeli è stata eletta nel 2013 nelle fila del Partito Democratico. Un sindacato di sinistra ha perso una delle sue voci più fuori dal coro, a quanto pare. Le auguro di portare in Parlamento la stessa scanzonata libertà di pensiero che aveva quando l’ho conosciuta, nel 1985.
p.s.: leggo che sul suo blog Fedeli in data 20 maggio 2013 interviene sulla questione Miss Italia. Leggete. Per quanto mi riguarda: no comment…

 

 

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