strettamente superfluo

I

da pensieri di Imenea

Pensavo ai peli superflui. Intanto al fatto che li chiamano così. Ci sarà un motivo se sono entrati nella categoria del superfluo.  Mmah! In altri campi ho rapporto altalenante con molte cose che possono rientrare nel superfluo. Per dirne una, attualmente vivo in una casa che prende le sembianze di una raccolta indifferenziata. Ok. Non divaghiamo.

Una cosa è certa, i peli di determinate zone del corpo diventano superflui d’estate, un po’ per tutte.
A rigore si dovrebbe parlare quindi di superfluità stagionale. Diviene materia di decisione se non del contendere (come nel mio caso) quando si può andare finalmente a bagnarsi nel mare, che dalle mie parti è sempre più affollato di esseri umani superflui. Oppure anche solo indossare vestiti più leggeri, corti e/o e svolazzanti, di quelli che insomma se hai anche solo un mezzo centimetro di peli fuori posto non fa bello per niente. Poi, davanti alla gente…

Superfluità stagionale non coinvolge tutte nella sua discontinuità, chiaro. Questo lo so anch’io. Ho discreta frequentazione femminile per arrivare a diagnosticare una se pur lieve maggioranza delle stagionali, ecco.
C’è chi i peli se li toglie ogni santa volta che la ricrescita lo richiede ad una visione più o meno intima oppure più o meno pubblica. C’è chi lo fa sempre per ragioni intime sue. Non saprei dire se lo fa proprio per se medesima, ma insomma diciamo che lo fa per ragioni tutte sue.
Sempre più di frequente vedo intorno a me chi come me in inverno e stagioni limitrofe indossa pantaloni. E allora sì, grossolanamente arrivo a concludere che in natura sono date rare eccezioni di depilatio nel resto delle stagioni. Se si escludono quelle strettamente  legate ad esigenze di intimità erotico-sessuale, sono per lo più connesse ad eventi esterni, che vanno da frequentazione di piscine, saune o terme invernali,  oppure terra terra a quelle di visite mediche per una controllatina all’apparato.
Nel mio caso, quello pilifero è piuttosto esteso e non potrei anche volendo limitarmi ad una depilazione a zona. Amo dire che le uniche parti del mio corpo dove sono assenti i peli sono la lingua e lo stomaco. Ovviamente, vado di metafora.

Sul versante erotico-sessuale ho avuto alterne vicende. Di mio non mi depilerei mai o quasi. Punto. Scendo a compromesso solo per amore e altro che ci gira intorno. Una volta feci dono di depilatio di ciuffo di peli su schiena. Non mi era stato chiesto, nè direttamente nè per traverso. Solo, avevo intuito di avere a che fare con persona aficionada al glabro. Allora mi son detta facciamo questo dono e vediamo cosa accade. Accadde che è accaduto solo una volta e mi è bastato. Male immane sulla schiena e delusione meno dolorosa su altro piano fisico e mentale.  Delusa quanto basta per dirmi che per il gioco non era valsa la candela. Quel surrogato di erotico lì non valeva una ceretta. Per cui, ciccia.
Per fortuna, successivamente mi sono imbattuta in chi di quel ciuffo riesce anche a farci gioco. Non parlo di trastullo tipo treccine all’africana. Dico di erotico tutto suo, non sollecitato nè intuito da me. Sulle prime ne sono stata spettatrice ignara delle evoluzioni, per via che il tutto accadeva alle mie spalle. Poi sono entrata in gioco e, a parte altro che non vado a dettagliare, non m’è parso vero. Quel superfluo bellissimo era finalmente perfettamente al posto giusto.
Legato alle operazioni di depilatio anche il dato economico ha il suo peso. Si tratta di investire un tot di soldi – stagionalmente o meno – sia che si decida l’odiata-amata operazione in casa propria, con armamentario ad hoc e/o fumi da stordirsi, oppure in apposito locale gestito come si deve. Nel condominio ne ho uno a portata di mano, mi basta scendere di un piano ed  entro nel sancta santorum dell’estetica, intesa come sostantivo che si sostanzia nelle sembianze di una simpatica signora che ha più o meno la mia stessa età, l’estetista per l’appunto, provvista di ogni cosa che serve a una donna (a volte uomo) per diventare se non proprio bella bellissima, almeno passabile, o insomma se si vuole mantenere le cose al minimo diciamo ciò che occorre per essere una donna (a volte uomo)  senza peli superflui, di tanto in tanto.

Giorni fa mi sono imbattuta in una discussione tra amiche dove si parlava di barbe maschili e loro (evidenti, non so, non me ne intendo molto) poteri afrodisiaci. Mi sono sentita un po’ spaesata, lo ammetto. Il tutto avveniva quasi contestualmente a discussione su ceretta per gambe e dintorni, da una parte, e su laser o altri rimedi elettronici per peli del viso, dall’altra.
E che ti devo dire, mi sono sentita lievemente fuori posto. Non mi accade di rado, la cosa non mi ha sconvolto più di tanto. Però mi ha dato da pensare. Di peli sul viso ne tolgo tanti e spesso. Da qualche tempo solo con la pinzetta, dopo incontro ravvicinato con ago che non ha lasciato buon ricordo. Medito di affrontare un laser prima o poi, perchè la consuetudine è scocciante, anche se riesco a pensare nel frattempo. Tolgo i peli dal viso essenzialmente perchè non sopporto di toccarli e trovarli lì appuntiti sotto le dita. Immagino quindi l’effetto che può fare a dita e altre parti del corpo di persona che non sia io. Questo il motivo principale per cui sono rimasta basita davanti all’apotesosi di certe barbette maschili oggi di moda. Ok, lo ripeto, non faccio testo. Però, e che ci posso fare, l’ho pensato e ora lo scrivo. L’unico incontro piacevole con barba maschia risale ai tempi dell’Università. Si chiamava Dimitri, occhi azzurri e naso greco come il resto del corpo che era greco per l’appunto, in poche parole statua perfetta come nei ricordi scolastici. Però Dimitri si muoveva bene. Aveva una barba nera abbastanza lunga ma non folta, vagamente riccia, sopratutto morbida, sembrava un pube traslocato. Ricordo di averci giocato a lungo e con piacere.

Con l’età i miei peli non sono diminuiti affatto. Una piccola battuta d’arresto dopo le operazioni al seno l’hanno avuta quelli delle ascelle, ma è durata poco. Il resto, compresi i cespuglioni delle sopracciglia, viaggia tutto nella stessa quantità di prima, direi con la stessa velocità di ricrescita di sempre, lì dove li tolgo. Lo ammetto, mi sarei augurata un’onorevole decrescita naturale, e invece no.  Pace.

piedi mac

II
da pensieri di Melania

 

Questa storia della crescita economica non la capisco molto. Un po’ di più capisco le argomentazione sulla decrescita. A naso. Ma anche lì la vedo nebulosa la faccenda. Le mie nozioni di economia politica risalgono al voto più basso della mia storia universitaria. Non volevano darlo per non rovinare la media e io a pregarli di no. Anzi, di far presto per mettere fine all’incubo.

L’unica volta che ho investito molti soldi è stato giusto poco prima di un crollo delle cosiddette borse. Era ad alto rischio, come ogni investimento che mi riguarda. Pace, addio a decine e decine di milioni. Avrei fatto meglio a comprare una Rover come si deve, invece di quella 214 verde micalizzato che… “Vita con le sue perle avrebbe scelto quella, lascia stare l’Alfa 33”.
Parole sante, ma l’acquisto più deludente della mia vita autistica.

Sono mediamente ecologista. Sinceramente interessata a ciò che ruota intorno alle energie cosiddette rinnovabili. Di mio, come consumatrice, non intendo rinunciare a internet e auto, simboli moderni della mia libertà e guai a chi me li tocca. Quindi, mi dico, diamoci da fare su quel versante. E vediamo che si riesce a cavare.

Più in largo, non ho atteso tempi di crisi per decidere di ridurre altri consumi all’osso, sigarette comprese. Risparmio su acqua e plastica, sopratutto. E su detersivi, moltissimo. Detergenti vari e anticalcari della malora, invenzione suprema per far sentire il casalingato ambosesso pulito come non mai, lo stesso casalingato ambosesso che inquina il mio mare come altri mai. Risparmio dallo sciacquone nel bagno alle stoviglie di plastica che odio. Giorni fa ho portato al mare 5 bicchieri di cristallo. Pesavano, ma il primitivo sapeva di buono. Come il tramonto e  le parole di noi cinque nell’acqua, leggero, leggere anche se di un certo peso.
Consumo lo strettamente indispensabile? Non saprei. Non ho molti termini di paragone. Forse retaggio di educazione familiare anni 60, e chi lo sa.

So che ci tengo da sempre ai miei piedi e sulle scarpe non risparmio mai. Ultimamente ho provato questa invenzione moderna delle scarpe come quelle dei Masai. Ottime anche per la schiena. Ne ho un paio per l’inverno e uno per l’estate. Medito l’acquisto di altre 2 paia. Poi, stop.
Una donna che vive in Svizzera e se ne intende di piedi qualche anno fa disse che avevo “il piede giovane”. Immediatamente, ho trasferito il tutto sull’erotico e da allora scherzo sempre sulla mia podo/pedofilia. Penso che se sono arrivata ad avere 40 di piede anche se alta poco più di un metro e sessanta è perchè i piedi li ho sempre lasciati liberi. Ho fatto il diavolo a quattro per non mettere quelle odiose scarpette di vernice, da piccola. E mai dico mai le scarpe a punta, per non parlare dei tacchi alti. Negli altri casi, l’acquisto di un paio di scarpe nell’infanzia lo festeggiavo portandomele a letto la prima notte. La cosa è durata un bel po’. Dovevo avere 8 anni, mi sono  addormentata nel lettone dei miei con le scarpe nuove addosso e nessuna poteva osare avvicinarsi per tentare di slacciarle. Leggi: la mamma o quelle altre 3. In casa mia per lungo tempo l’unico televisore era nella stanza da letto dei miei e tutte e 5 più uno ci sistemavamo intorno o dentro il lettone. Io dentro, per lo più. Quella volta lì Mattia ha atteso il mio sonno profondo per togliermele, anche perchè scalcio sempre durante la nanna. Anche oggi che di anni ne ho 55 e il piede resta giovane e irrequieto.

Amo vestirmi con i vestiti delle mie amiche, sopratutto una. Non so se ha a che fare col fatto di essere la più piccola di 4 femmine. Non credo. In ogni caso, la faccenda ha assunto connotati quasi maniacali da qualche decennio. Adoro le cose che mi passa G.: pantaloni, maglie, camicie, giacche, cappotti, impermeabili, canotte, cappelli, camicioni da notte, gilet e sciarpe, tante sciarpe. E un paio di tailleur. Qualche volta anche scarpe, quando sbaglia acquisto. Una volta è rimasta dalle mie parti anche una mutanda che non ha fatto più ritorno. Anche con gli accessori non scherza, ombrelli tanti, anche se non li amo molto, e poi borse e borsette, zaini, collane.
Il mio armadio contiene ancora alcune mises del tempo in cui andavo in Tribunale a far la giostra con altre e altri. Attendono che qualcuna le veda dopo il mio invito e se le porti via, finalmente. E camicie, quante camicie. Quasi tutte in regalo. Non ricordo quand’è stato  l’ultimo acquisto di capi di vestiario. Forse una cosa cinese a Milano, mesi fa. In media, acquisto 1 cosa di un certo peso ogni 2 anni.

Per farla breve, sul versante abiti et similia non credo di poter dare mai il mio contributo al rialzo dei consumi, come si suol dire.  Non potrei farlo anche volendo. E non lo voglio fare. Rialzo dei consumi… non c’è telegiornale che non me ne parli a ritmo continuo. Come se tutto o quasi del nostro futuro dipendesse da questa cosa qua. E piccole e medie imprese che soffrono. Ok, non è che non capisco. Però sarei ipocrita se non dicessi che – a parte la solidarietà umana chè quella non la nego a nessuna in codesti frangenti – se fosse per le consumatrici come me, le operaie della Omsa non solo sarebbero disoccupate da un pezzo, non sarebbero mai state assunte. Non arrivo a contare sulle dita di una mano le paia di collant usate mai in vita mia. E alcune erano smesse dalle sorelle. Forse, se la Omsa riconvertisse il tutto in reti da pesca mi avrebbe come più probabile acquirente.

Passiamo ad altro. Vedo che a Lecce da una vita aprono e chiudono come funghi dopo la pioggia negozi di abbigliamento e affini. Ho sempre pensato che ci fosse di mezzo quella cosa con tre nomi e in mezzo la parola corona. Quella cosa lì e il riciclaggio di denari delinquenti.

E allora veramente mi chiedo: ma di che parlano quando parlano di rialzo dei consumi? Di rilancio dell’economia come dell’unico modo per uscire da questa dannata crisi? Mmah! Mi dico che già sarebbe tanto toglierla dal cosiddetto sommerso, la benedetta economia.
Sarebbe tantissimo affrancarla da evasioni, taglieggiamenti  e altre delinquenze dilaganti, un giro di miliardi che da solo basterebbe a coprire non solo i buchi di bilancio statale, ma arriverebbe a mio parere anche a quello dell’ozono e oltre.

Resto un’anima semplice, terra terra. La mia esperienza lavorativa è stata svolta in quel settore che starebbe a cavallo (cavallo?) tra l’imprenditoria e il terziario. Ero partita che volevo diventare l’avvocata di “Soccorso rosso”. Sono arrivata a traccheggiare con bilanci e vite familiari spesso in rosso. Molte volte, era un rosso sangue. Comunque, ho dato come quasi tutte e tutti il mio contributo allo Stato. Quand’ero praticante mi risero dietro perchè denunciai al fisco molto di più del capostudio.

L’unica volta che, per via di una cosa passibile di essere chiamata libreria, ci hanno provato a intrattenermi con fornitori e merce varia, vendite e acquisti, bolle e ricevute, ho messo pochi mesi per decidere che non faceva per me.  Meglio una biblioteca libera. Altri soldi e tempo buttati via. Ma va bene così, è stato bello comunque.

Insomma, non credo di volere questo benedetto rilancio dei consumi. So per certo che anche volendo non potrei dare il mio  contributo. E comunque non voglio, punto. Allora, cosa sono io? Una che vuole restare nella crisi? Non lo so. So che voglio vivere (e per chi verrà dopo di me, contribuire a far vivere nel futuro) in un’aria più pulita, in una Italia meno delinquente, in un Belpaese meno infante di democrazia.  Mi sembrano tre propositi niente male. Nel mio piccolo ho dato, do e darò il mio onesto contributo.

Però, per cortesia, non venitemi a parlare delle famiglie sul lastrico per via dell’Ilva. E’ più forte di me. Non so se sono benestante quanto basta, non so se ho i paraocchi e se me ne frego. So che quando penso Ilva penso al cancro. E penso la stessa cosa se penso alla Centrale di Cerano a pochi passi da me. E penso a mia sorella. Che era una donna bellissima. Vestiva molto bene, sempre all’ultima moda, riusciva a farlo con grande maestria e altrettanta economia. Usava profumi e creme. Una goduria per occhi e altri sensi. Se ne è andata come molte altre e altri. Lo so, gli operai dell’Ilva non ne hanno alcuna colpa. Ma io ci penso lo stesso. E che ci posso fare?

Ecco, ero partita che volevo scrivere di economia, consumi e decrescita. Partita com’ero da peli strettamente superflui. E sono finita a pensare al cancro. Meglio se mi fermo. Questa volta è Imenea a dare il consiglio giusto. Dice che di dolori ne ha passati quanto basta. E poi, sempre lei, visto che si parla di consumi, mi ricorda che ha fame ed è l’ora di calar la pasta.

 

 

vai

 

 

 

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