ancilla a chi?

Ho saputo del testo – o meglio, dell’articolo sul Guardian – di Nancy Fraser per tramite di un amico che mi ha taggato un link su facebook. Ho promesso che avrei letto con attenzione, perché è un amico cui tengo. Ne è scaturita una nota “a caldo” inviata anche a Federica Giardini, sempre su facebook. Faccio qualunque cosa, pensare, scrivere e ovviamente anche confliggere solo in relazione. Per questo scrivo, dopo la sollecitazione di quest’ultima, mantenendo il tono colloquiale della nota. Solo che ora non mi rivolgo a Francesco, l’amico che taggò, ma a Federica, l’amica che spronò.

Cara Federica,

la premessa doverosa è che mi mancano molti riferimenti teorici, per non dire di quelli geopolitici, per produrmi in un’analisi compiuta delle considerazioni di Fraser. E non solo delle sue. Per dirne una, non so assolutamente cosa significhi “una genealogia del concetto di dipendenza nel dibattito sul welfare-state statunitense” (dall’articolo di Arusa del 9 agosto, riportato sul sito di Iaph Italia).

Posso ribadirti l’effetto a pelle che mi ha fatto la lettura dell’articolo,  provando a dare ordine alle idee. Non mi intendo di filosofia teoretica, e neanche molto di economia, a stento capisco cosa vuol dire micro-credito. Posso dire quello che ho capito del femminismo a partire da me.
Rivendico anzi (a me “dalla punta del piede e del capello”) l’assoluta discrepanza tra il terra-terra delle mie considerazioni e altro tipo di analisi.
Il femminismo per me è uno stato d’animo. Lo vivo sempre. È sempre con me. Lo vivo quando faccio una battaglia contro le discariche abusive, come su altro. E in questo, non sono ancella di nessuno, neanche di me stessa.

Il femminismo di cui parla Fraser – e con tutta evidenza anche altre e altri – non lo conosco.

Ok, deve esserci stata una qualche ondata da qualche parte. E relativi mutamenti. Come del resto tantissimi scritti. Forse troppi. E quintalate di accademia ambosesso pagata per dirci come va il mondo. Non saprei dire se pagata dal vecchio capitalismo o dal neoliberismo. E non mi va di indagare più di tanto.

Quello che mi ha colpito nella riflessione di Fraser è che l’analisi della coppia femminismo (vecchio o nuovo, buono o ambiguo, fate voi) e liberalismo è assolutamente scevra dal benchè minimo coinvolgimento di un terzo incomodo. Mi verrebbe da dire… per forza, è diventato molto più evanescente di un fantasma. Più facile prendersela con i nuovi protagonismi. Almeno quanto a -ismi. Il terzo incomodo si chiama marxismo. Vecchio o nuovo, vedi un po’ te.

donna_lavora

Per quel poco che so della Storia – e anche un pochetto da quello che so grazie alla storia dell’associazione politica femminile dove sono stata – tra i tanti errori che il primo marxismo fece (del secondo mi son persa le tracce, sorry) ci fu di pensare le donne come uno dei tanti soggetti che dovevano emanciparsi dalla propria condizione di sfruttate, per poi giungere insieme ad altri sventurati verso il bel sol dell’avvenire. Un po’ lo stesso destino che vogliono far percepire oggi agli omosessuali, per intenderci.

Tra le righe intravedo questo errore di fondo anche nelle analisi di Fraser, non fosse altro che come ricostruzione. Quell’errore ovviamente fu compiuto ovunque. Anche dai partiti di sinistra in Italia. Alcuni nostalgici – leggi formazioni oggi fuori dal Parlamento – ci provano ancora, non fosse altro perchè le donne continuano ad essere la metà + 1 di chi dà voti. Ma ahimè, così non era. E così non è. Troppo bello, troppo comodo, troppo falso. Le donne sono di destra e sono di sinistra. Sono capitaliste e sono barbone alla stazione Termini. Sono buone e sono cattive.
Ho sentito troppe volte far leva sul presunto buonismo delle donne, addirittura venato da una qualche pensata di onnipotenza a partire da sè, per chiedere loro di essere le salvatrici del mondo. E quante volte poi ho sentito dire “le donne dovrebbero”. Ma le donne chi?
Sarà, resto terra-terra, ma intravedo questo simil-rimprovero anche nelle parole di Fraser. Un po’ ovunque. Sensazione che deflagra quando leggo verso la fine dell’articolo le parole “sogno di liberazione della donna” oppure “A tal fine, le femministe hanno bisogno di rompere…” oppure “si dovrebbe rompere il falso legame…” e infine “dovremmo fermare lo scivolamento…”.
Ripeto, le donne dovrebbero chi? E ancora, noi femministe dovremmo chi?

Se non riesco a pensare il femminismo come un monolite (né il primo, né ancor meno il secondo di cui leggo), se tutt’al più riconosco l’esistenza di più femminismi, in quanto correnti di pensiero e pratiche d’azione, varie e differenti tra loro, ancor meno riesco a pensare “le femministe” come un unicum cui rivolgermi e dal quale attendere alcunchè.

Tornando al grande assente – quello che io percepisco come tale, o mi sbaglio? – se non lo vogliamo chiamare marxismo, giusto per non farmi prendere anch’io dalla smania di ridurre tutto a –ismo, allora vogliamo evocare una qualche forma di politica di sinistra, in un qualunque “dove” su questa terra? Mi scappò la parola evocare e mi rendo conto che rischio il fantasma anche qui.

Per me una politica di sinistra chiama in causa una visione del futuro, una speranza, una voglia di cambiamento nel senso del rispetto della terra, dell’acqua, dell’aria, dei diritti umani, della giustizia sociale e… sì, della “redistribuzione”. Non so cosa ci sia di preciso nelle analisi di Fraser e di altre/i su questa ultima parola, ma posso osare di darla per condivisa.
Ebbene, le proposte social-democratiche sul tappeto (sul tappeto ovunque, in Italia lasciamo perdere che è meglio) si limitano a immettere un qualche po’ di welfare in più nel capitalismo dato, neoliberista che sia. Ovunque. Questo è quanto. Se penso all’individualismo, poi… beh, è malattia diffusa. Vedi Lampedusa.

Infine, io so – lo so per me e a partire da me – che tra donne non c’è, non c’è stata e forse non ci sarà ancora per molto, una autentica solidarietà se non a partire dall’oppressione. 

Ho svoltato pagina anche su quello, da quel dì. Di questo ho fatto sana esperienza in quell’associazione politica di donne, resa possibile proprio perché era finita l’epoca delle rivendicazioni emancipazioniste a partire da una “oppressione di genere”.

Per cui non so proprio individuare la cornice cui fa riferimento Fraser quando scrive: “Ma certamente l’altro lato di noi, cioè le prospettive rappresentate dal femminismo solidale, potrebbe essere ancora in vita.”

Quello che so, sempre a partire da me, è che tra donne fatica a vivere il riconoscimento del valore dell’altra da sè. Figuriamoci la solidarietà, a partire dalla libertà. E qui potremmo aprire un capitolo a parte sulle ragioni di questo mancato riconoscimento. Ragioni che non possono certo ridursi solo a questioni economiche (di potere, però forse sì) e quindi mi fermerei per ora, su questo.

Tuttavia, se oggi non v’è solidarietà nella libertà, non per questo io rinuncio alla mia libertà. E non lo farò certo col pensiero ad un bel sol dell’avvenire. Ammesso che in quanto tale esista.

Fraser non mi convince di una virgola su questo. Su altro versante, continuerò a lottare con altre e con altri per un mondo migliore.

Nel mio piccolo – sono una donna che vive in Italia e in questo tempo malato – mi sembra una prospettiva niente male anche “limitarmi” a chiedere rispetto della legalità e della Costituzione, pensa!
Non mi occupo – e ancor meno mi preoccupo – di discettare se questa mia lotta si situa in un qualche canone teoretico, che comprenda o meno le parole femminista, terzomondista o neoliberista. E, dopo la lettura di Arusa, aggiungo antieconomicista, antiandrocentrista, antistatalista.
Di seconda o anche terza ondata che sia.
Ti saluto caramente

Milena A. Carone
17.10.2013

 

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