c’era una volta una monaca

e viveva a Monza. Viveva, si fa per dire.

Sono cresciuta in una famiglia col culto di Manzoni.
La verità, mamma e papà mi dissero anche che Alessandro ne aveva fatti altri di capolavori. Più dei Promessi.

Però, si sa, gli Sposi fanno più notizia. E soprattutto Storia.

La storia della Monaca di Monza è una storia vera.

E triste. E tragica.

Monaca però è parola magica.

Parola sdrucciola, come Sindaca.

E come Sindaca, nè più nè meno, è una variante.

Una di Mònaco. L’altra di Sìndaco.

Varianti perchè, si sa, quelli là son venuti prima, nella Storia. 

E pertanto anche nella Grammatica.

Certo, monaca ha avuto più fortuna della seconda, in quanto parola.

L’hanno accettata subito. E che io sappia non ha provocato fastidi o cacofonie in giro. Quando è venuta al mondo.

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Da certe parti, chiamano minne di monaca certi dolcetti.
Che spiritosi.

Nel mio paese d’origine chiamano minne de monaca anche certi meloni oblunghi, bianchi bianchi.

Segno che monaca – sempre come parola – andava bene anche a chi voleva fare dello spirito terra terra. Per dire, che so, i contadini.

Dai contadini alla Crusca il passo è breve.

Però, senza scomodare l’Accademia, che di suo ha altri peccati sul groppone, ora io vi dico perchè Monaca è parola magica.

Andrà in soccorso della sorellla Sindaca.

Ci vorrà del tempo. Lo so.

Anche perchè, metto la mano sul fuoco, di Monache ce ne saranno sempre di meno. Di Sindache, invece, molte. E sempre di più.

Per cui, oggi, perdonate loro. Perdonate.

Anche se sanno perfettamente quello che fanno.

E se non lo sanno scientemente, qualcosa nella mente dice loro che è cosa buona e giusta blaterare ancora di cacofonie.

Perchè?

Se una o più donne romperanno i tetti di cristallo, altro che cacofonie, ragazze mie.

Alla fine del girotondo, frantumi sparsi di patriarcato in terra.

E tutti giù per terra!

Non lo scordate mai. Il Patriarcato conta molto sulle Parole. E non è fatto solo da maschi.

M.A.C.

 

 

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