come è stato difficile

Si intravede appena. Nelle pur tantissime carte depositate in Archivio Centrale Udi.  Parlo di quel che è stato, se non la storia, anche solo il percorso attraversato dalle donne dell’Udi in più di 20 anni, per arrivare alla decisione di dare nuovamente una organizzazione all’Associazione. I motivi sono molti e incrociano le vicende politiche italiane dagli anni 80 in poi, da una parte, e le vicissitudini personalissime di alcune donne Udi, dall’altra.

Ci sono scritti individuali, ci sono Atti di Congresso. E pure – penso per esempio a un testo come Memorie di una che c’era di Marisa Rodano (disponibile sul web) – in ogni tentativo di operare una ricostruzione è evidente quanto sia stato difficile per tutte e per ognuna affrontare le questioni che si agitavano nell’Udi post-undicesimo.
Il periodo tra il 1982 e il 2002 risulta in assoluto quello meno “raccontato”, documentato, insomma il più oscuro e impenetrabile.
Un tentativo per delineare non tanto il susseguirsi degli eventi, quanto alcuni sentimenti che li accompagnarono, è stato fatto nella seconda edizione della Scuola politica Udi del 2007 intitolata VENT ANNI.
La Scuola è stata promossa dalla Sede nazionale Udi su istanza delle donne di Udi Macare Salento guidate da Enza Miceli e di altre  romane come Cecilia Casula, Antonella Petricone, Ingrid Colanicchia  avvicinatesi all’Udi in quel periodo, grazie alla presenza della nuova Delegata Pina Nuzzo.
Qualcosa ho narrato di quel periodo nel capitolo l’udi che ci sarà e nei successivi.
Quella Scuola, come tutte le altre, è stata svolta in collaborazione con l’Archivio centrale nel tentativo appunto di… farsi dare una mano dalle carte. Nell’Archivio, dopo l’ingresso alla Sede nazionale di Nuzzo, ha svolto una feconda attività un’altra donna avvicinatasi all’Udi in quegli stessi anni, Claudia Mattia,  che ha poi passato il testimone per questo incarico ad un’altra faccia nuova: Ilaria Scalmani.
Il tentativo di narrazione era presente financo nella scelta della composizione grafica di quel titolo, tutto maiuscolo, con VENT in corsivo e rosso.
In quella Scuola è stato determinante l’apporto di Vania Chiurlotto, una della protagoniste della scelta del 1982.
Le donne che vi hanno partecipato hanno potuto avvicinarsi alla comprensione, se non dei meandri di tale decisione, almeno della complessità della stessa. E pure, è stato difficile.
Resta difficile dipanare le tante motivazioni e i conseguenti risvolti sul piano politico e personale.
Pina Nuzzo nel 1982 non faceva parte degli organi direttivi nei quali era maturata la scelta di azzerare l’organizzazione. L’aveva però fatta sua, con molte altre. L’aveva compresa e accettata.
Nel corso dei 20 anni successivi, con altre, si era resa conto della necessità per l’Udi di ripensare uno di quei punti cruciali cancellati dal… vento della storia, ossia tornare a darsi una organizzazione, appunto.
La scommessa era di farlo restando fedeli ai principi di autonomia che l’undicesimo recava con sè.
Era una scommessa difficile da affrontare, un guado impervio da attraversare.
Ma Pina era risoluta nel compierlo, nonostante chi remava contro, e non mi riferisco ovviamente solo ai consigli di chi parlava di baci alla morta. Era l’unica cosa da fare – almeno così la vedo io ora – per dare un senso vero, profondo, autentico alla sua appartenenza Udi. Pina non era una delle “storiche”, però neanche delle ultime arrivate. Questa condizione, unita a indiscutibili e irripetibili qualità umane, l’hanno condotta a un gesto che lei stessa per prima sapeva arduo da compiere.

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Difficile perchè l’Udi nazionale era sparita dalla politica come dalla cronaca. A Roma quasi ovunque all’esterno veniva identificata con la sede locale Udi Romana la Goccia, dove la presenza di Annita Pasquali era un marchio doc, quanto a vicinanza con ambienti politici  della sinistra.
Difficile perchè in quei 20 anni molte sedi locali Udi avevano fatto finta.
Difficile perchè i sentimenti di rivalsa di chi aveva subìto e mai condiviso  l’undicesimo erano palpabili nelle Assemblee nazionali. Sono stata testimone in più di una occasione di tale… palpabilità.
Difficile perchè occorreva riannodare molti fili spezzati, politici e personali. Quella treccia si rivelerà molto ingarbugliata.
Pina era consapevole di queste e altre difficoltà. E pure, ha tirato dritto.
Su tutte le sue capacità, quella che in assoluto ha permesso il dipanarsi del nuovo corso, è stata una innata creatività - non trovo parole più adatte e quindi la scrivo come mi viene – è stata la consapevolezza della necessità di confronto con le “giovani”, unita alla indubbia capacità di porre in essere nei fatti quel confronto. Questo è stato alla base dell’avvicinamento ad Udi di donne che fino ad allora – come e più di me nel 1985 – non lo avrebbero neanche immaginato.

Quelle capacità, oggi – dopo che molto altro è accaduto – Pina le sta spendendo nel Laboratorio messo su subito dopo la cosa chiamata Congresso. Senza perdersi d’animo, con la stessa lucidità, lo stesso rigore, la stessa creatività. Forse, aggiungo io, con qualche libertà in più. Libertà… vigilata? Si vedrà.

Ma torniamo a quei 10 anni, che ora sono passati. Torniamo a quel bacio lunghissimo.
Pina è stata sempre consapevole delle implicazioni di tale difficoltà. Sapeva dell’esistenza di donne e Sedi Udi che avrebbero cercato con ogni mezzo possibile di ostacolare se non annullare il suo percorso, la sua visione. Ma non poteva fare diversamente da come ha fatto. Non è stata cieca. Ha sempre e solo guardato Altrove. In un certo senso, Pina ha sempre cercato di dare attuazione ad un principio, al proponimento racchiuso nelle parole: non si cambiano le cose combattendole, ma immettendone delle nuove. Non so se si tratta di una massima o che. Non so neanche dire se la condivido fino in fondo. Fatto sta che per Lei è stato sempre così. E i frutti del suo sguardo sono vivi e presenti. Le relazioni, i progetti, gli obiettivi sono ancora tutti in corso d’opera.

Una cosa Pina non avrebbe mai fatto, nel bene come nel male: la funzionaria alle prese con una ricostruzione dell’Udi basata unicamente sullo Statuto nuovo. Mai, e dico mai, Pina avrebbe scelto soluzioni di tipo “normativo” per sanare situazioni in contrasto con quei principi. Anche quando poteva farlo, Statuto alla mano, ha sempre deciso per altro.

Col senno di poi, non ha molto senso argomentare sui motivi che non l’hanno condotta ad assumere decisioni drastiche dinanzi ai fatti più eclatanti.
Una cosa la posso dire: pur non avendolo fatto, ciò non ha impedito che le venissero mosse accuse becere di autoritarismo.

Così come, nel mio piccolo, durante l’Assemblea di Pesaro ho letto una relazione da Garante dove venivano accennati – solo accennati – alcuni dei fatti più macroscopici. Ebbene, sì, mi sono autocensurata anch’io per bon ton udìno!
E pure, ciò non ha impedito che una donna di Trieste di cui non ricordo il nome ma l’appartenenza sì (allora, Rifondazione Comunista) tuonasse dal fondo della sala: “usi le regole come una clava!”  Sulle prime, lo ammetto, la cosa mi fece venire in mente solo il cartone de ”I Flinstones” e il grido di battaglia “yabba-dabba-du”.
In quel momento la cosa non fece un grande effetto su di me. Resto un’anima semplice e ho la mie riserve di ironia da vendere. Le mie difficoltà sono state altre e restano non paragonabili alle sue. Così come le capacità. A ciascuna il suo.

Però… quanto è stato difficile, Pina.
Oggi, di Udi mi resta solo la voglia di scoprire alcune carte.
Convinta come resto convinta che a qualcosa possa servire. E così sia.

vai

 

 

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