dieci anni fa…

…la differenza?

una distanza fatta di dieci anni significa qualcosa?
francamente non saprei.

gli anniversari sono un’invenzione come un’altra per dirsi le cose.
in pubblico come in privato.

preparavo il caffè e ci ho pensato.
che son dieci anni.
solo oggi. e siamo a giugno inoltrato.
io che pure coi numeri gioco da sempre.

dieci anni fa una campagna straordinaria, semisconosciuta, inebriante, contrastata. e per quel che mi riguarda zeppa di facce e impegni, chilometri e parole.

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a destra Claudia Mattia.  cui dedico questo pezzo.

 

quanto avevo da dire in merito l’ho già fatto a carte scoperte.
scrittura a caldo, come si suol dire. o magari semifreddo.
che forse ha risentito della vicinanza, e forse no.

comunque lì dentro c’è quasi tutta la mia verità.

per chi non lo ha ancora letto
e dieci anni fa c’era
può essere utile a ricordare anche la propria, di verità.

chi invece non c’era e ne avesse voglia,
può trovarci dentro un paio di agganci per guardarla in faccia.

rifarei tutto, per primi gli sbagli,
molto più importanti dei successi per capire.

e io, fanculo alla modestia, ho capito assai.

quando ho scritto a carte scoperte (il libro, intendo)
avevo voglia di svelare un tot di verità,
che altrimenti sarebbero rimaste nascoste…
tra le pieghe del seno del tempo.
senza parole per potersi dire

nel 2011 ho avuto premura e pudore, in egual misura.
un 50E50 di sentimenti mi ha trattenuta.
e costretta a operazioni di omissis e selezioni
costati un occhio della testa, non in senso metaforico.

dopo un congresso-farsa niente più mi tratteneva.
svelati gli ultimi omissis. è stato anche un divertissement.

ma non era ancora tutta la mia verità.
per tirarla fuori sono andata a ripescare
un progetto che dormiva da più di 20 anni.

tecnicamente si dovrebbe definire un romanzo.
mi ci ha fatto pensare un’amica che ieri su fb me lo a chiesto: ma è un romanzo? sì, diciamo un lunghissimo romanzo. a puntate.

io continuo a chiamarlo racconto,
un po’ perchè me ne impippo delle definizioni tecniche,
e poi perchè sto a raccontare. letteralmente.

racconto di tutte le donne (e qualche uomo) che ho incontrato.
delle relazioni che con loro ho avuto,
e di come queste hanno risentito,
intrecciandovisi,
del tempo lì e allora vissuto.

a volte inventando,
a volte traslocando avvenimenti.
semplicemente *

in ogni caso il 2007 – anche senza scomodare un decennale – rappresenta per me uno spartiacque. e così sia.

dieci anni fa come ora andavo molto in giro.
fisicamente e non. oggi molto, ma molto meno.

e pure è un viaggio.
accattivante. arduo. e con qualche insidia.

a chi mi chiede ancora di promuovere di più Sedici,
di impegnarmi di più nelle presentazioni ai templi,
rispondo con le stesse parole di 5 anni fa:
“se stai a scrivere mica ci pensi alla pubblicità”.

e io sto scrivendo di tempi e intrecci molto interessanti. assai determinanti. ogni giorno sempre di più me ne rendo conto.

quanto accaduto a cavallo dei primi anni novanta ha segnato mondo e vite private molto di più di quando ha fatto un dopoguerra negli anni cinquanta.

subito dopo, quel che va sotto il termine di terzo millennio ha solo accelerato ogni cosa. internet ha fatto (e fa) la sua parte.

oggi come ieri sono sempre di più i sentimenti,
piccoli e grandi, miseri e alti,
a fare la differenza.

oggi poi,
che sembrano del tutto scomparsi valori e alti ideali, oggi bassi sentimenti ed emozioni d’accatto dettano quasi tutte le agende.

anche la cosiddetta politica ne risente. in un turbinio di emozionalismi travestiti di volta in volta di valori pret a porter.

ci si scanna su vaccini come su confini.

si pontifica di doppie preferenze,
illudendosi ancora una volta
che non sia il potere a far la differenza.

ci inventiamo appartenenze pur di sentirci da qualche parte.
e ce la raccontiamo alla grande, va detto.
quelli che chiamiamo dialoghi sono sempre più monologhi a senso unico alternato.

ecco, per finire, cosa posso dire ancora oggi
con mente e cuore a dieci anni fa.

se qualcosa di forte mi ha insegnato una campagna,
qualcosa di spendibile e condivisibile,
o insomma, per dirla con termine abusato,
qualcosa di politico, è questo:

io ho bisogno di chi non la pensa come me.
ne ho un bisogno fisico.
non nel senso di presenza con cui ogni tanto fare a pugni.
ma bisogno per pensare.
per spostarmi dal punto di origine dei miei pensieri.
cambiare.
fare andare avanti il mondo.
insieme.

questo, su tutto, mi ha insegnato una campagna 50E50.
e io non finirò mai di ringraziarLa.

br

ora ciao, torno da loro.
in questo momento sono tutte e tutti a Taormina. ed è il 1997.
di nuovo Taormina. ma non è una terrazza sul mare.

M.A.C.

 

*
nel rileggere stavo per sostituire l’avverbio semplicemente.
poi l’ho lasciato.
perchè semplicemente non vuol dire affatto facile.
semplicità è la cosa più difficile del mondo.
lo sapeva bene una donna che scrisse una poesia.
poesia che dieci anni fa (e questo quasi nessuno lo sa) è stata inserita come incipit in un Progetto di legge per il Senato. perchè è stato semplice, sì. ma per nulla facile arrivarci.
la poesia è questa qui sotto e Lei è Emily Dickinson.
Vado a memoria. spero di ricordarla bene:

Se ha fatto Naufragio

perfino nelle Secche del Pensiero

che fine farà in Mare aperto?

L’unico Vascello scampato,

l’unico in salvo:

Semplicità. 

 

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