e la clitoride?

1974. 15 novembre.
(…)
E la clitoride? Faceva parte delle mie sporgenze?
Oppure restando fisiologicamente staccata dagli organi del congiungimento – pene e vagina -  funziona come un capitolo a se stante dell’inconscio?
Oppure rappresenta la base fisiologica di piacere – un micropene invisibile e mai nominato, perciò più irreale dell’appendice – che però permette alla bambina di considerare come pene altre sue sporgenze e di sentirsi, contro ogni evidenza, provvista di pene?
Perciò castrabile, alla resa dei conti, castrata.
La bambina è costretta a dimenticare la sensazione di avere “qualcos’altro”: la clitoride, un pene invisibile.
È lì, allo stesso punto del pene, è viva, sembra muoversi, dilatarsi, pungere, spinge a appoggiarsi, strofinarsi, attira imperiosamente la mano, fa cercare luoghi nascosti, in ombra, fa frugare sotto le mutandine, fa restare senza fiato dal piacere, fa chiudere gli occhi, fa andare in trance intanto che il dito sfrega voluttuosamente, ora veloce ora più adagio, viene voglia di sdraiarsi, di distendere le gambe, di dimenticare tutto, di concentrarsi in un punto incandescente, calamitato, frenetico, insaziabile che trascina in un volo affannoso che punta sempre più su, più su…
Dovevo stare descrivendo la cosa come si deve perché mi sono sentita subito eccitata e ho fatto autoerotismo. E stranamente mi è venuto voglia di provare con la vagina. Ho sentito che, sfregando forte, qualcosa succedeva, e precisamente nella parte superiore dell’imboccatura e immediatamente dentro, come un invito a continuare, come quando si è cominciato a grattare  in un punto del corpo e poi viene davvero il pizzicore per cui bisogna continuare a grattare per calmare quella sensazione che si è provocata. Continuando a sfregare ho sentito piano piano l’eccitazione risalire alla clitoride, finché, nonostante insistessi più sotto, era proprio la clitoride il punto più eccitato e reattivo. Così sono passata direttamente alla clitoride. Ora, lì ho scoperto un altro gesto significativo: di solito con la mano sinistra evidenzio la clitoride in modo da poterla raggiungere meglio. Questa la funzione pratica del gesto, ma quella espressiva è di carattere esibizionistico, come dire “Guardate, ecco qua”, e sulla rivelazione di questo bisogno, ho avuto l’orgasmo.
Dunque la bambina, vedendo il pene, non può non collegarlo a sue sensazioni di averlo avuto anche lei, visto che di fatto non c’è più, ma “qualcosa” c’è.
Non so se l’ho letto, sognato, pensato un tentativo laborioso di congiungermi con mia madre.
Mi viene in mente che forse la clitoride è connessa a immagini del genere di quella che ho sognato una notte scorsa. Infatti lì appoggiavo la mia pancia nuda a quella della mia madrina Lea. Ora, penso che madrina stia per madre e Lea è il mio secondo nome. Cioè può essere un gesto erotico che da bambina ho desiderato verso mia madre, e il suo significato sembra “fare l’amore con se stessa”, cioè masturbarsi. Oppure in senso lato amarsi, affermarsi in se stessa. La clitoride serve a quello. Naturalmente può essere un desiderio di omosessualità.
È una gioia per me che mia madre mi dica al telefono che le scarpe prese insieme le vanno benissimo e ci sta veramente comoda, in più le piacciono come modello e come colore “né nero né marrone” nel gusto tipico di lei, e mi ha fatto tenerezza il riconoscimento che il guasto alla TV era davvero colpa delle valvole, come avevo sostenuto io. “Fai più cose buone adesso di quando eri in casa, davvero”, e io mi sono sentita rispondere “Mi dai una gran consolazione”. Però devo subito leggere un libretto della Klein “Amore odio e riparazione” per chiarirmi un po’ le idee. Il libretto me lo dà Lucia.

(…)

[Carla Lonzi - Taci, anzi parla. Diario di una femminista. - 1978 – Pagg. 859-861]

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