e vedere da lontano gli ombrelloni

25

In pieno agosto, una delle tante feste e festicciole che si organizzano dalle mie parti al mare. Non sto a dire di sagre dell’anguria, anche se da qualche tempo ci assomigliano sempre più. E la cosa non mi dispiace affatto, per via dell’anguria. Parlo di quelle cose che organizzano alcuni partiti. Quasi sempre con donne di partito che si prodigano molto per il partito. Poiché non voglio usare espressioni come cuoche serve argomentandoci su, preferisco raccontare perché rende meglio.

Mi chiama una donna di partito, nel senso che mi si presenta come iscritta, dirigente e futura candidata in un partito. Insomma, una cosa seria. Vogliamo fare una cosa sul 50. In genere, la locuzione usata è questa, con poche varianti: una cosa sul 50. Le do credito. Parla bene, si esprime bene. A volte quando dialoghiamo riesce perfino a parlare più di me, il che è tutto dire. Si organizza il tutto. E con em si va. Al mare. Scogli da una parte, bassi. Spiaggia in lontananza, dall’altra. Con qualche ombrellone sul viale del tramonto.
Attendiamo che arrivi l’ora giusta per parlare a chi sta lì con scopi e funzioni differenti dall’ascolto. L’avevo messo in conto. Nell’attesa la donna mi parla e parla e parla. Riesce anche a superare, nel mio orecchio sinistro quello dell’acufene, i decibel del complessino che fa le prove per l’ennesima taranta. L’intervento Udi è previsto dopo l’annuncio della lotteria e prima del concerto. Sembra che la gente si avvicini al palco. Si sale? No, aspetta, sta per arrivare il segretario! 

E io, lo devo ammettere, a volte sono proprio digiuna di certe cose, non colgo subito ciò che si cela dietro la lieta novella. Resto con la bottiglietta d’acqua in mano e faccio quella che va a passeggio tra le bancarelle. Guardo em. Il segretario di chi? Forse il segretario della rifondazione. Ah, beh, certo, giusto. Aspettiamo. Arriva il segretario, giovanile, jeans carino. Chiacchera per qualche minuto con la donna parlante, in disparte. Guardo la scena e mi sembra di cogliere uno sguardo adorante negli occhi della donna parlante. Forse è il riverbero del sole calante. Dopo un po’ la donna torna: adesso potete salire. Come sarebbe a dire: potete? Non mi presenti tu? Ma no, io no, che dici mai? Ti  presenterà il Segretario! risponde con un’aria a metà tra lo scandalizzato e il compiaciuto. Salgo quella scala. Non sarà un patibolo. Mentre salgo però penso a quelle parole. E penso anch’io una cosa sul 50. Penso alla strada che ha ancora da fare, nelle menti e nei cuori di molte. Ho scritto molte.

Come andò a finire? Che sono stata al gioco, il segretario piacione ha fatto la sua presentazione, dicendo ovviamente quanto era bravo il suo partito che si apriva alle donne e che anche per questo andava più votato. La solita musica. Nel frattempo, guardo sotto il palco le facce un po’ così così. Sempre nel frattempo, decido che posso permettermi di fare le facce al segretario. Quelle sotto il palco prendono a incuriosirsi. Insceno una sorta di teatrino a uso e consumo dei pochi astanti. Appena mi passa il microfono, con l’altra mano agguanto il piacione che dopo il discorsino forse vorrebbe andarsene del tutto, non solo da quel palco. Lo prendo sottobraccio e per tutto il tempo del pur breve intervento, in mezzo al fumo delle salsicce, lo terrò così, stretto stretto, regalando a tutte e tutti un monologo al segretario improvvisato. Certo, sparo anche qualcosa sul 50, ma qualcosa di più sparerò a lui e qualcosina indirettamente alla donna parlante non salita, ma pur sempre in attesa di un posto al sole.

Il sole vero era già tramontato quando educatamente salutiamo tutte e tutti paritariamente e ce ne andiamo. Non ho più sentito la donna parlante e of course il segretario. Non so se è stata candidata. Non so se è stata eletta. Forse ho abusato di un’ospitata? Non ho ascoltato la vocina dentro opportunista perché chi stava là poteva dare una mano per le firme? E chi può dirlo? Una delle facce che guardavo sotto il palco ora sta nell’Udi Macare Salento. Forse è poco nel mondo della politica istituzionale, per quella delle donne è tanto.

Dopo i saluti, con em andiamo a guardare il mare. Da vicino. E mentre guardiamo il mare, parliamo di quando arriverà il tempo per le donne di guardare e non di essere guardate. Di parlare, non di essere parlate. Vedere, non essere viste. Viste male, viste bene? è un altro discorso ancora, che resta chiuso purtuttavia nel dilemma della visibilità, parola ambigua e abusata in cui si dibattono ancora in tante. Il punto di partenza sbagliato resta ancora oggi quello: solo e soltanto guardate e viste. Mentre si dovrebbe partire da un altro sguardo. Si dovrebbe partire dal guardare. E vedere la libertà. Perché libertà si può. Libertà si deve. Dappertutto.

 vai

 

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