isabelle su tutti

giornata di ricordi a random.

avevo promesso che in questi giorni avrei proseguito a scrivere su piccoli sessismi che crescono. forse anche di invidie del pene, e invece…

oppure no, va bene così. non può che andare così.
parto da me, ancora una volta. e vediamo dove si va a finire.

sono la quarta di quattro figlie femmine. quando ho iniziato a capirci qualcosa, qualcuno si è premurato di dirmi che sono nata dopo tre femmine perchè avevano riprovato per vedere se “usciva finalmente un maschio”.

quindi, non fosse altro che per questo, dovrei avere iniziato presto, se non a invidiare, almeno a rendere grazia all’altro genere. in generale, intendo. non saprei dire se la cosa è accaduta proprio in questi termini. so che ho avuto moltissime occasioni per invidiare l’altro genere, questo sì. o altro sesso. o insomma fate voi. ma andiamo con ordine.

posso affermare con certezza che sono stata amata moltissimo dalla culla in poi.
quindi, se la cosa dell’attesa sta nei termini sopraindicati, o hanno fatto una finta bellissima, oppure la faccenda non deve aver provocato che una fugace delusione, in data 16 febbraio 1958. e via col vento.

altra cosa che so – e ci metto poco a saperla perchè è nei fatti – è che, sempre se così stavano le cose, dopo il quarto tentativo si sono fermati. non saprei se più appagati o più stanchi.
ad anni di distanza ho chiesto a mia madre. e lei, più o meno questo: andavamo a lavorare, figlia mia. lavoravamo dalla mattina alla sera. e quante ne potevo fare? poichè gina non deve aver usato contraccettivi moderni, mi è rimasto il dubbio sulla fine perpetua dei rapporti completi con mattia, dal 1958 in poi.

altra cosa che so è che ho avuto un’infanzia molto libera, non mi viene da dirla in un altro modo. infanzia dove, senza che nessuno e nessuna me lo dicesse o partecipasse in alcun modo in maniera esplicita, si è fatta strada in me l’idea che tutto era possibile. veramente tutto. senza che in questo tutto la parola sesso contasse poi molto.

ovviamente, ho molti ricordi con me dentro in cui qualcuno e qualcuna si riferiva a me chiamandomi maschiaccio. mai in casa, devo dire. piuttosto da parenti e/o affini. visto che lo dicevano a me, questo deve aver fatto entrare nella mia testa che maschiaccio non poteva che essere una cosa bella.

facevo – o mi lasciavano fare, il che è lo stesso – cose che a nessuna delle altre tre, per vari motivi storici e/o contingenti, non era stata nè era nel presente concessa. per me, c’era un primo perchè. uno dei motivi principali di quella libertà, o insomma di quel “tutto è possibile” poggiava sul fatto – che è un fatto – che buona parte dell’infanzia l’ho passata dalla commare. quella di battesimo intendo. da noi le commari sono (o erano, non saprei) una cosa seria. commari con due emme.

nella casa della commare (e del compare, importantissima figura) vivevano anche tre figli, due maschi e una femmina. tutti di un tot di anni più grandi di me. ed io ero la loro regina. anche un po’ dispotica, ora che ci penso. mi chiamavano luna e altro di bello. ho giocato con pistole e fucili e altro di molto maschile, a quei tempi. tutta roba che ora mi fa inorridire solo al pensiero di maneggiarli. ma è andata così. tiravo di fionda dalla terrazza della casa della commare contro le lampadine delle luminarie della madonna della luce. so che dovrei vergognarmi al ricordo. ma era un vero spasso.

ero così libera, dispotica e incosciente che quando il vecchietto che abitava nella casa vicina a quella della commare osò rimprovermi per un nonsoche, non esitai a tirargli in faccia col fucile a piumini. orrore, a pensarci ora. anni 6 circa. per fortuna (più sua che mia) andò bene. la molla era lievemente scarica. l’affare gli si piantò di traverso in una guancia e la cosa finì lì. mi dissero che non potevo più usare quel fucile perchè non funzionava bene. pazienza, mi consolai più tardi con quello a pallini su barattoli e altro di vecchio. il vecchietto di cui sopra però non si fece più vedere.

tutto questo, fino all’età di 11 anni o giù di lì, è andato avanti senza che la parola sesso, annessi e connessi, avesse una qualche rilevanza nella mia vita, come del resto penso che accada a tutte e tutti, a quell’età.

devo le mie prime nozioni sul sesso ad alcuni fumetti semitrafugati nella casa della commare. una cosa fantastica. rubarli di nascosto era quasi più coinvolgente della lettura stessa. però… isabelle de frissac, e chi se la scorda!

angiolini_s_isabella

la mia famiglia era molto bigotta. non si circolava nude per casa. figuriamoci se ci circolava mattia, in mezzo a tutte quelle femmine, nonna compresa. pudìco com’era. solo una volta ho intravisto i suoi genitali, mentre reggevo una scala nei nostri tanti faidate. nulla di affascinante.

foto di gita ai laghi alimini con me in mutande. bianche, con l’elastico smollato. altro non ricordo, sul versante nudità negli anni 60. in quella gita, mi torna in mente tutte le volte che guardo quella foto (circa sette anni) andai dietro ad altri bimbi e bimbe a giocare. entrai senza saperlo in un’altra comitiva. solo a giornata quasi terminata gli altri della mia famiglia (e della famiglia della comare, con cui si facevano tutte le scampagnate) riuscirono a riportarmi all’ovile. in effetti, ho molti ricordi di accadimenti in cui – tecnicamente – mi sarei persa. quasi sempre durante le feste patronali per i santi pietro e paolo. nacqui a galatina, siccome. circolavo indisturbata e curiosa in mezzo a tutte quelle gambe, le luci, gli odori. dopo la terza o quarta volta, pensarono di tenermi d’occhio più da vicino.

tornando al sesso o quasi, con l’arrivo del ciclo tutto o quasi il castello crollò. iniziarono le proibizioni senza spiegazioni. con silenzi e ammiccamenti vari. quarta di quattro figlie femmine e fino all’arrivo dell’affare non sapevo nulla dell’esistenza di quell’accidente nella vita di una donna. cose da pazze. pensai che dovevo essermi fatta male da qualche parte senza accorgermene. la terza delle sorelle, la prima capitata a tiro, disse con fare compunto in bagno consegnandomi il necessario: no, non è niente, ti verrà tutti i mesi. tutti i mesi??? deve essere per quello che le ho sempre odiate. per quello e per via del fatto che iniziarono i diktat.

poi dicono che una diventa rivoluzionaria. a 12 anni passai direttamente dai giochi in parrocchia alle riunioni di un collettivo che sarebbe diventato un che di vagamente extraparlamentare. poco più tardi in lotta continua. infine, quasi nella lotta armata. a 13 anni avevo anche già letto tutto il capitale di marx. che barba. poi dicono che una si butta a sinistra… eh! scappai di casa con un motorino preso a prestito. per andare a seclì, pensa! quasi dietro l’angolo quanto a chilometri, ma allora per me una cosa da ultima frontiera.

tornando al sesso, o per meglio dire ad annessi e connessi, l’unico impatto in semichiaro con la faccenda precedente all’arrivo del ciclo mestruale c’è stato intorno ai 9 anni. non fu una cosa memorabile, ma servì a mettere in fila alcuni dati. estate. si circolava quasi nude e nudi per la strada. ho giocato quasi sempre per strada, anche perchè la mia casa natale era l’ultima all’epoca, poi la ferrovia, le canne, gli alberi, la campagna a perdita d’occhio e l’orizzonte a nord, verso lecce. estate e il fratello 14enne di un’amica con cui giocavo dalla mattina alla sera pensa bene di fare qualcosa addosso a me, qualcosa di sudaticcio e appiccicoso. e chiedermi pure ogni tanto se mi piaceva. le mie mutande restarono lì dov’erano, per fortuna. ma lui andava avanti con questa cosa e io cercavo di capire che cavolo di gioco fosse mai quello.  tempo 6 mesi, in una chiaccherata di quelle che si fanno tra bambine vado a capire che il gioco era una cosa che… poi nasce un bambino. apriti cielo! rimasi abbastanza sconvolta. tempo 2 giorni e organizzai il tutto. inventai di sana pianta una scusa come si deve. lo feci picchiare da altri. non mi sporcai le mani. e chiusa lì. o quasi.

1971. avevo anch’io 13 anni e lo stesso nome. e chi se lo dimentica? uno dei miei incubi peggiori. a scuola quegli idioti mi sfottevano pure. avevo 13 anni e non persi neanche un telegiornale. sapevo e so tutto o quasi, dal biondino della spider rossa a quell’orrenda cintura da sub. mi torna alla mente ogni volta che mi capita sotto gli occhi una tenuta da immersione. che sia stramaledetto lui, i telegiornali e chi li mandava in onda a quel tempo. altro che… dopo carosello, tutti a nanna! doveva essere prima del telegiornale, tutti a nanna! a confronto, le violenze che circolano oggi sono quisquilie. quello che ha provocato nella mia mente la tragica vicenda di milena sutter lo so solo io. e stop.

avevo 13 anni e la mamma mi manda per nonsoche dal fruttivendolo. con la graziella, intesa come bici. era l’imbrunire. poco prima del fruttivendolo si accosta un’auto, una cosa enorme. con un biondino dentro. oppure sono io che l’ho fatto biondo, nel ricordo. informazioni su una strada. finestrino abbassato dal lato del passeggero. io sul marciapiede. mentre rispondo educatamente (ero anche una personcina educata, almeno in certi frangenti) il tipo indica delle riviste aperte sul sedile, poi prende a smanettare con la patta dei pantaloni aperta. l’istinto di sopravvivenza o altro che non saprei mi consigliò di continuare per altri pochi secondi ad essere educata, poi far finta di nulla, poi inforcare la bici e dileguarmi. ero un razzo, con la graziella. corsi a casa percorrendo stradine e stradette impossibili per un’auto. a casa arrivai senza nulla dal fruttivendolo, persi anche i soldi, e sopratutto senza nulla da raccontare, se non il tanto affanno. ovviamente, viste le mani vuote, il ritardo enorme e il silenzio, le presi pure. e pace. guai a raccontare, non mi avrebbero più fatta uscire di casa neanche col sole a picco.

fino all’età di 13 anni, questi e pochissimi altri ricordi con immaginario al seguito con dentro la parola sesso, annessi e connessi. compresi film e romanzi.

che fortuna, ora che ci penso, che isabelle li battesse tutti!

(continua)

 

p.s.:
avevo 10 anni esatti e la rai decide di mandare in onda la freccia nera di anton giulio majano. ricordo quasi ogni scena. sopratutto quel…  pffium! sonoro nella sigla, quello della freccia. e guai, dico guai a chi parla male della rai. quella lì, almeno. e poi, certe parole erano bellissime. le faccio mie anche oggi.

…ma se il destino rovescia il tuo gioco,
nascerà nel mattino una freccia di fuoco:
la libertà!

ta_ta_ttà
tarata_tattattà – pffium!
taratta_tattattà
taratatta_tattà – pffium!

vai

 

 

 

 

 

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