la lettera a camusso

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(chiamami quando mi parli)

Racconto solo un’altra, di quel tempo. Un’altra e basta.
È una cosa piccola, però c’entra pure questa col 50.
Lo studio di diritto e procedure delle pene si trovava in un palazzo come si deve in centro, di quelli col portiere. Portiere solerte e sorridente, salutava sempre all’uscita come all’entrata, salutava sempre doverosamente tutte e tutti. Le tutte intese come femmine erano una, la sottoscritta.
Il fatto è che Giacomino, scrivo così perché non ricordo il nome, decideva sempre un saluto differentemente sessuale quando salutava. Se salutava gli altri, che fossero il capostudio come anche l’ultimo arrivato, purché con adeguata cravatta e ventiquattrore appresso, a prescindere dal contenuto di cravatta e borsa spesso vuote entrambe, Giacomino diceva  sempre a tutti: buongiorno o buonasera, avvocato. Quand’era il mio turno, sia che fossi sola, sia con altri, toccava immancabilmente un buongiorno o buonasera, signorina.
Dopo l’ennesima, un giorno che non ero sola, lo feci apposta perché non volevo mandarla a dire solo a Giacomino, ma anche agli altri presenti e udenti, ci dissi: senta, non pretendo avvocata ché ancora non lo sono, in ogni caso avvocato non va bene, procuratrice non mi piace, il mio stato civile non fa testo, facciamo così, chiamami Milena e diamoci del tu, ok?
Giacomino restò muto, continuando a sorridere. Sorrisero anche gli altri. I commenti successivi non li riporto.
Non conosco la fine che ha fatto la questione del titolo professionale per una donna in quello studio, come non conosco altro perché poco dopo me ne andai a far civile da un’altra parte. Una parte piena di donne. Alcune ci tenevano tanto e ancora ci tengono a essere chiamate avvocato con la o finale. Perché è giusto così, no?
No, che non è giusto. Non è solo questione linguistica, ma di opere e omissioni che tuttora producono effetti, tra donne soprattutto e questo è il bello.
Anche questa ha a che fare col 50, perché ha a che fare col cervello.
Ha a che fare con ingressi ritardati per le donne nella storia, nel lavoro, nel diritto e prima ancora nell’uso di linguaggio, con decisioni assunte da altri con regole altre, prima di quell’ingresso.
Ha a che fare col 50 soprattutto nel Belpaese Italia, dove la lingua e il modo in cui viene usata sono spie di molto altro.
Capita che abbia a che fare anche con una lettera aperta a una Segretaria spedita recentemente alla stessa donna che nel 2007 aveva voluto aderire ad una Campagna Udi, una volta uscita dal silenzio, con altre. 80
Ora però ad uscire sarò io, dall’attualità come da ricordi anni 80 di studi di delitti e pene, perché devo tornare di corsa, nel gioco del tempo, al 2007. Ce n’è da raccontare, a carte scoperte, prima di quel 29 di novembre, giorno di deposito di firme.

 

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NOTE

80
Per la lettera aperta a susanna camusso spedita nel novembre 2010 vedere in varie ed eventuali 2007 [06]. Qui trascrivo stralci, lo spazio c’è, non farà male agli alberi.

[n.d.r. 2011:  la frase qui sopra si riferisce al cartaceo, dove ho trascritto solo alcuni pezzi, per ecologia. Qui, posso trascrivere l’intera lettera]

Susanna Camusso

Carissima,
aspettavo che la stampa si occupasse del dilemma segretario segretaria. Un po’, temevo il modo. Ho anche pensato a te che pensavi la risposta più adeguata. A leggere oggi, sarebbe questa: per attitudine sarebbe preferibile il femminile, ma spero di essere definita segretario, perché attiene alla funzione, e non alla persona. Una risposta che a sua volta viene definita da capo della CGIL e avresti fatto benissimo a chiarire subito sulla «o» finale, una «o» asessuata. L’articolista prosegue con luoghi comuni, cadendo nelle note trappole del significante, decide perfino di soffermarsi sul termine cagna, lasciandosi andare ad un’acuta riflessione: noi che abbiamo cani femmina diciamo «la mia cana», pazienza per il buon italiano. (Maria Laura Rodotà, CorSera 05.11.10, pag.56 rubrica Idee&opinioni).
In poche parole, a parte le discutibili scelte dell’articolista: declinare al femminile qualcosa, quando questo qualcosa per secoli e secoli ha avuto altro come significante, in alcuni casi è per lo meno imbarazzante, con buona pace del suo significato. Se le cose stanno così però, non c’entra nulla la funzione. Allora, perché quella risposta?
Ti ho conosciuta alla fine del 2006. Come UsciamoDalSilenzio hai voluto una adesione non formale alla nostra Campagna UDI 50E50, sei intervenuta in 4 incontri nazionali, da ultima Piazza Farnese il 13 ottobre 2007. Mi sei sembrata una che parla chiaro. In reciprocità e autenticità di sguardo, vorrei dirti che la tua risposta è solo sintomo di un fardello che grava su molte donne, nei posti dirigenziali come altrove. Non ha nulla a che fare con la semantica. Piuttosto, con tutto ciò con cui si trova a fare i conti ogni donna che arriva prima o per prima da qualsiasi parte. Ciascuna cerca la risposta migliore, di volta in volta, a partire da sé.
Molto tempo fa, a me sarebbe parso più appropriato presentarmi come avvocato. Non ero neanche la prima, e avvocato in fondo non è altro che un semplice participio passato! Non porta con sé i significati e i significanti differenti di segretario, da una parte e segretaria, dall’altra. Ma il linguaggio cambia, Susanna. Perché cambiano i significati e pure i significanti. E siamo noi a cambiarlo, giorno dopo giorno. Anche a rischio del ridicolo. Conosco e stimo una donna, sindaca prima di molte altre [ndr: Adriana Poli Bortone], che anni fa quando una giornalista, mi pare proprio del CorSera, osò chiamarla Sindaca, si adirò non poco, pretendendo un “Sindaco” molto migliore! Rifiutando l’aggiunta: Sindaco donna! sdegnatamente. Oggi quella donna comprende perfettamente.
Non devo spiegare a te – forse a Rodotà, sì – perché sul piano semantico è ok avvocata (come deputata) e non avvocatessa, sindaca (come monaca) e non sindaco donna o peggio sindachessa, ingegnera (come infermiera) e non ingegnere donna, ministra (come maestra) e non ministro donna, studente (come utente) e non studentessa, vigile (come disabile) e non vigilessa. Infine, presidente e non presidentessa. Quest’ultimo, lo sappiamo entrambe, è caduto in disuso presto, anche perché è finita l’era delle Dame di Carità. E il punto è proprio questo:  se oggi Marcegaglia è senza alcun imbarazzo Presidente, è sì anche per via di un participio presente meno cacofonico di altro. Ma è soprattutto, e anche questo lo sappiamo entrambe, per via del fatto che in Italia ci sono sempre più donne Presidenti di qualcosa, da qualche tempo.
La Campagna 50E50 parlava anche di questo. Parla anche di questo. Che però non ha nulla a che fare con semantica, cacofonia o funzione. Funzione poi, sappiamo anche questo, è solo il pretesto addotto – solo, meno diffuso rispetto a cacofonia – per aggirare inghippi fastidiosi, per evitare il rischio del ridicolo, oppure solo perché… è la prima volta. In nome del 50E50, come te, e come penso pure Marcegaglia, tendo e attendo che gli esempi si moltiplichino, che la quantità faccia grazia alla qualità, affinchè le varie diatribe si arrendano all’inevitabile. Sono passati più di ventanni da quando Sabatini scrisse il Sessismo nella lingua italiana, le cose da noi sono migliorate solo lievemente, sia per il linguaggio sia per le donne. Ma il punto è che noi sappiamo perfettamente il vero perché una ingegnera non ama definirsi così, mentre ad una infermiera da che mondo è mondo non è mai passato per la testa di appellarsi a cacofonie, funzioni o altro. Sappiamo di cosa si alimenta nella realtà di ogni giorno la differenza tra significato e significante. Sappiamo insomma cosa è il sottotesto. La Campagna 50E50 parla anche di questo.
E la speranza è l’ultima a morire. La mia speranza nei tuoi confronti oggi è anche un augurio: che tu sia Segretaria della CGIL. La segretaria non di altri, che non sia la CGIL. Perché l’articolista oggi dopo avere scritto che hai fatto benissimo, aggiunge: Anche se l’ha fatto un minuto troppo tardi. Anche un uomo politicamente corretto e dabbene come il suo predecessore Guglielmo Epifani, appena Camusso è stata eletta, è partito con l’inconscio gaffone. Ha detto: «Sarà una grande segretaria della CGIL. Sarà la mia segretaria». Ti auguro innanzitutto di smentire nei fatti prima che nelle parole ciò che Rodotà sottende. Poi, il mio augurio va oltre. Perché nella premessa a questa breve intervista, Rodotà ci informa che il termine «segretaria» declinato al femminile implica un lavoro di cura. Tradizionalmente femminile, rispettabilmente subalterno.
Parafrasando e anzi capovolgendo significato e significante, ti auguro di saper incarnare il significato autentico del termine cura. Per tutto quello che molte donne (e qualche uomo) hanno prodotto in questi anni sulla cura. Per tutto quello che ti ho sentito dire, ti auguro e mi auguro che tu abbia cura di molto. L’attenzione agli inghippi del linguaggio (in un certo senso, una forma di cura anch’essa) è solo la spia di qualcosa d’altro che la stessa Rodotà  chiama sottotesto.
A te i miei più sinceri auguri di buon lavoro, Segretaria.
Milena A. Carone, 05.11.10

 

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