la vigilia di un assegno

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Una cosa all’italiana forse l’ho fatta, prima di Piazza Farnese. Anzi, senza forse. L’ho fatta e basta. Da sola. Con un patto interno fatto d’acciaio. Un patto in forza del quale se mai ci fosse danno, non ricadrà su nessun’altra quel malanno.

Avevo in tasca un assegno, nel pomeriggio del giorno undici di ottobre 2007. Assegno per duemilacinquecento euro.
Qualche giorno prima, avevamo parlato con una Compagnia di Assicurazione: per voi che siete l’Udi [ aridaje! ] facciamo 2.500 euri, tondi tondi.
2.500 euro per assicurare 3 ore di un pomeriggio di donne, accanto a fontane monumentali.

In tasca avevo l’assegno e andavo a casa, stanca morta ma contenta. S’era fatto tutto a modo e ora, come ultimo atto, quell’assegno. Lo avevo in tasca perché la tesoriera me lo aveva consegnato, con un impegno. Me lo porto a casa, ok. E domattina ci vado.
Per strada, mi pare fosse in uno di quei vicoli a ridosso di piazza Navona, squilla il cellulare. Una donna amica, romana anch’essa ma d’adozione, una donna che due giorni dopo sarà tra quelle che ci verranno a dare saluto e supporto sinceri, da un palco. Mi chiama per invitarmi a cena e le faccio un mini-resoconto.
Che stai a fare, con quell’assegno, Milena? Ma và, ma và.
E son due! Uh, no. Ti ci metti pure te, adesso!
E allora… quelli lì davanti al Colosseo?
Sì, ci abbiamo pensato pure noi, in effetti. Se è così che dobbiamo fare, così si fa. E pace.
Pace? Senti a me, straccialo. Straccialo e usateli per altro. Straccialo e stai tranquilla. Sì, ora ci penso. Grazie, compagna.
Compagna è parola sacra, per me che non sono mai stata comunista.
Compagna è più di amica, che può star bene per altre cose, fuori e dentro di politica. Compagna dice di strada insieme. E dice di pane, mangiato insieme. Ci ho anche mangiato a casa di quella donna. Non quella sera, ma qualche giorno dopo. Cenai dalla compagna che ancora ringrazio per la telefonata, anche se non mi fece chiudere occhio, quella notte.
E la notte portò consiglio.
La mattina dopo chiamo chi devo chiamare e le propongo seduta stante un patto: sei tu la responsabile finale, ma se accetti di essere mia complice in questo misfatto, tra te e me ora si fa un patto. Io ora ti dico che non vado a fare nessun versamento. Se accade mai qualcosa, tu paghi chi e quanto devi pagare. E io ripago te. Tutto quanto. Questo è il patto. E 2.500 si spendono per bandiere, striscioni e altra roba. Queste le mie parole. Tu dici? replicò chi doveva replicare.
Sì, io dico. Ecco, fu un piccolo patto tra due io per il bene di tutte noi. E il patto ora lo racconto.
L’assegno sta ancora nella casa dove lo portai con me, la sera del giorno 11 di ottobre. Lì dove portai anche le mie gambe un poco tremolanti, con due notti quasi insonni davanti.
La sera del 13 ottobre, quando tutto finì e finì bene, c’erano altre donne con me, in quella casa. Una piccola collina di sacchi a pelo e donne a dormire e anzi a non dormire – ma per altri motivi belli belli – dopo l’evento. Per tutta notte o quasi restammo sveglie. Finora, solo a loro ho raccontato, tra altre faccende, quella di un assegno e di un patto. Di una decisione presa a fin di bene, bene per tutte. Se invece andava male, solo per me male. Questo era il patto, molto più che verbale.
L’assegno finimmo di riempirlo a modo nostro, la notte tra il 13 e 14 di ottobre.
Nella parte dell’intestazione non c’era scritto ancora nulla. Scrivemmo in stampatello: A FUTURA MEMORIA. Per le girate, le firme di tutte quelle donne. Poi, una sbarra per traverso, con un pennarello rosso. In fondo, queste parole, sempre in rosso: lo sai Pina quanto fa cinquanta per cinquanta? Duemila e cinquecento! 71

 

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NOTE
(i rimandi tra parentesi quadra si riferiscono a cartelle della Cisterna)

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Se faccio in tempo e faccio foto, l’assegno incorniciato si troverà nella cartella varie mac 2007 [06].

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