le vittime più gradite

Inizialmente avevo intitolato questo pezzo maternale.

E l’intenzione iniziale era di numerare. Maternale 1. Maternale 2. Etcetera.

Appena ho scritto la parola ho pensato che al femminile non esiste termine equivalente a paternale.

Non è il solo. Misantropia, per esempio, è universale, onnicomprensivo. E soprattutto nobile, se pensiamo alle sorti di misoginia, che è tutt’altra cosa, non è il suo speculare e indubbiamente non è nobile. Lo speculare di misoginia sarebbe misandria. Che forse non è nobile, ma più che altro si differenzia molto da misoginia. Intanto perchè, se la pensiamo come malattia oltre che come parola, misandria è meno diffusa. Non sono un’esperta. Diciamo per ora che è un mio mero giudizio: da misoginia sono affette anche (tanto) molte femmine, mentre non conosco uomo misandro, se per misandro si intende chi odia il genere maschile.

Ah, il greco! Ma non divaghiamo.

Dicevo, maternale…

Si stanno a spaccare. In due. E in più di due. In Italia e non solo. Tra femmine, più o meno femministe. Su questa faccenda di uteri in affitto.
A proposito, chi inventò la locuzione? che già da sola è un bel programma.

Ho letto cosa ha (ri)detto Bonino.
Lascerei perdere Vendola e le sue scelte, col vostro permesso. Non me ne può fregare di meno.
A naso, dico solo che il parallelo tra utero e rene regge fino a un certo punto. Se guardiamo ai prodotti (possibili) di uno e dell’altro organo umano (sano).
Nel caso del rene mi sembra sia qualcosa di prossimo alle pisciate.
Pertanto, potrei liquidare il tutto dicendo a Bonino che questa volta l’ha fatta fuori dal vasino.

Con Emma però, poichè la conosco, mi prendo una libertà. Di interpretare.

Penso che i suoi fastidi risentano anche di un’avversione, che conosco, verso una santificazione di tutto ciò che ruota intorno alla maternità. Conosco e in parte condivido.

Non vorrei esagerare, e neanche generalizzare. Sono due azioni che aborro e critico.
Però, diciamola così: affermo che se così tante energie ‘femministe’ anzichè perdersi nei meandri di pensieri e parole (poche opere) sulla cosiddetta potenza femminile, con disquisizioni su madri simboliche e non che francamente mi annoiano dagli anni novanta a questa parte, fossero state rivolte alle questioni di potere, forse oggi vivremmo tutte e tutti molto meglio.

L’ho già scritto e lo ripeto. Per me la questione dirimente è il potere.
Che è economico e culturale. E il confine tra questi due aggettivii è molto labile.

Il potere economico è molto più facile da individuare. Anche se più difficile da combattere.

Quello culturale, mi riferisco ovviamente al patriarcato, è molto più intrigante.
Colpisce dove meno te lo aspetti. 

Le vittime più gradite al (del) patriarcato non sono le vittime di femminicidio. Nè le stuprate. Nè le vendute.

Chiariamo sul termine vittima: nè più nè meno chi subisce gli effetti di un sopruso. Stop.
Non voglio dire altro. E non mettetemi in bocca altro.

Quelle prime vittime lì non sono le più gradite. Intanto perchè per loro esiste una filo di speranza. E poi perchè, fatte salve le sfumature, quelle prime vittime a volte sono il segno di qualcosa che non quadra nel patriarcato, di qualcosa che mostra la corda.

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Le vittime più gradite sono quelle che incarnano il patriarcato. Lo fanno proprio. Anche senza saperlo. Spesso, senza volerlo.

Le vittime più gradite sono:

  • le invidiose delle altre. 
  • quelle che “aiutano le donne, queste poverette” (ormai mi cito addosso, me ne rendo conto. sono incontinente. beh, andate a leggere Sedici, così facciamo prima).
  • quelle che si “occupano di donne”, quelle che pensano “alle altre”, lanciando il proprio sguardo lontano, quel tanto lontano che basti per non soffermarsi sulle proprie miserie.
  • le più realiste del re, quelle pronte a gettarsi lancia in resta in mille e una battaglia ecologista, a patto che, per carità, il tutto non abbia la benchè minima connotazione femminista.
  • quelle che “…però non sono femminista!”
  • quelle che “non sono femminista, però…”
  • le mamme (sorelle, zie, nonne, etc.) per vocazione
  • le mamme (sorelle, etc. vedi sopra) dei maschi, quando ne hanno anche di femmine.
  • quelle che “il mio uomo mi tradisce” ma la puttana è sempre e solo l’altra.
  • quelle che appena vedono una donna al potere la fanno a fette, a prescindere dalla bontà delle fette. Che lo fanno molto di più e molto meglio di quanto non farebbero con un uomo con lo stesso, identico potere. Un esempio su tutte? Le attenzioni femminili ricevute da Angela Dorothea Merkel. Basta la parola. Ok, vogliamo fare un esempio nostrano, terra terra, più recente e attinente? Monica Cirinnà. Ne ha ricevute di tutti i colori. Da ogni dove.
  • quelle che indicono una riunione femminista (magari sulla differenza sessuale) alle cinque del pomeriggio, estromettendo di fatto tante donne interessate ma ahimè impegnate, chi in un negozio chi in uno studio. Impegnate perchè nel frattempo quelle donne si sono anche emancipate. “Emancipazione, che brutta parola…” E la indicono alle cinque della sera perchè alle otto devono (anzi, vogliono) stare a casa. Non necessariamente per fare da mangiare. Basta il pensiero. Basta la presenza. Anche chiusa in una stanza.
  • quelle che…

l’elenco potrebbe, anzi certamente può continuare.

A voi la palla. Vado a pranzare.

M.A.C.

 

 

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