lotte in affitto

A 58 anni pensavo di aver raggiunto la pace dei sensi. E invece no. Ancora una volta mi sono sentita fuori posto, o target fate vobis. Oltretutto so per certo che questa orticaria mi avrebbe colta anche a 20 anni, ossia l’età [circa] in cui ho realizzato di essere lesbica, si dice così. Pertanto non si può classificare come una conseguenza dell’età. Matura?

Questa volta l’occasione è il dibattito che si è scatenato in Italia e non solo sul cosiddetto utero in affitto. Ma non sono la sola, mi sono detta subito dopo. Sono in buona e certificata compagnia. Anche altre come me faticano ad accodarsi al coro di richiesta di libertà varie. Per conto terzi.

A caldo, qualche tempo fa, ho scritto quello che pensavo delle mie simili, scatenatesi contro Dolce e poi Gabbana nella diatriba contro un famoso cantante. Chiusi considerando l’intera vicenda come l’ennesima arma di distrazione di massa.

Il desiderio di maternità (e non me ne vogliano gli uomini, molto di più quello di paternità) non è un diritto. Non rientra nelle vicissitudini umane degne di assistenza sanitaria. Abbiamo il diritto ad una maternità libera e responsabile, questo sì. Abbiamo diritto ad essere trattate con dignità in qualunque vicenda ci porti sotto i ferri della chirurgia. Abbiamo il diritto di accedere alle strutture sanitarie se in precedenza abbiamo deciso di abortire, nello stesso identico modo in cui abbiamo il diritto di far nascere una creatura con tutti i crismi che una sanità degna di questo nome agevola e comporta. Infine, e non per ultimo, vorrei usare un ossimoro, nella speranza di non essere inquadrata come seguace del movimento per la vita: sono le nuove creature umane che stanno per nascere ad avere il diritto di nascere. Di una nascita con molti e tutelati diritti appresso.

E pure, la scienza medica da qualche tempo è mobilitata nel venire incontro a quel desiderio lì. I motivi sono tanti. Per dire il primo, nel ricco Occidente si è sempre più sterili. Oppure, vedi il caso di cui sopra, si ha voglia di tramandare il proprio seme senza passare necessariamente dal rapporto diretto con un essere umano dell’altro sesso. [Non uso la parola genere per non cadere in tentazione, non sono mai voluta entrare nel dibattito sugli annessi e connessi di questa parola. Mi sento fuori posto e fuori target anche lì]. Poi c’è la voglia di sentirsi prossimi a Dio che non ha mai abbandonato la mente degli stregoni alle prese con il corpo umano in generale. Poi c’è l’invida della maternità che dà più di due lunghezza alla fantomatica invidia del pene. Per questi e mille altri motivi oggi ci troviamo a discutere [anche] di utero in affitto.

In campo, come sempre, c’è una questione di potere.

Ipotizzo che ci possa essere a questo mondo una donna che più o meno generosamente mette a disposizione il proprio utero. La chiamerei commissione di gravidanza. Nella migliore delle ipotesi immagino che si tratti di qualcosa di vicino alla voglia di dare in adozione il ‘prodotto’ di una gravidanza indesiderata. Penso al personaggio interpretato da Ellen Page in Juno, film che in Italia (anche per via del periodo nel quale è stato programmato) è caduto ingiustamente preda delle incontinenze verbali di Giuliano Ferrara & co.

I casi sono tanti e disparati. Ma il diritto non si occupa del caso per caso. Per quello c’è la giurisprudenza. Il diritto pone dei principi. Da sè. Oppure ne recepisce altri, in base all’orientamento simbolico-culturale di una comunità.

 

Sopra ho scritto ‘nella migliore delle ipotesi’. Ebbene, ciò che va accadendo oggi in giro per il mondo non ha nulla a che fare con quella ‘migliore ipotesi’. Ipotesi che, oltretutto, nelle sue varie sfaccettature, sempre c’è stata e sempre ci sarà. Nel gioco delle relazioni interpersonali. Diciamo anche questo.

Ciò che va accadendo oggi è un meccanismo complesso che parte sì da un desiderio per poi complicarsi nei meandri dei vari step clinici, dove regnano incontrastate la legge del mercato e la legge del potere. Leggi che non hanno nulla a che fare col diritto. Antigone, aiutaci tu.

Leggi che da una parte tengono conto di (e alimentano simbolicamente) quel desiderio e dall’altra vigilano affinchè ci siano sempre più corpi di donna disponibili. In tutto questo, anche nella migliore delle ipotesi possibili, anche con la garanzia di un iter indolore per i vari soggetti in gioco, quello che si rischia di perdere è innanzitutto la tutela (sì, tutela è la parola giusta in questo caso) dell’essere umano che verrà a nascere. Che avrà meno diritti di tutti oppure non ne avrà nessuno.

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E pure, oggi vedo intorno a me così tante lesbiche che parlano di ‘gravidanze altruiste‘. Con gli occhi lucidi. Quasi commosse al pensiero. Le vedo accalorarsi a parlar di libertà in dibattiti che molto poco coinvolgono la loro individuale esistenza. E mi chiedo: perchè? Spesso sono donne giovanissime che dichiarano con orgoglio di appartenere al movimento lgbt. Aggiungete a piacimento altre sigle, sono a corto di aggiornamenti.

Più di altre, è questa l’emergenza culturale che mi intriga. A ciasuna il suo.
E il punto più in ombra è sempre quello sotto la lampada.

Il Patriarcato, mi dico alla fine di questi pensieri, regna ovunque e indisturbato. Vince alla grande lì dove trova complici inconsapevoli. Il Patriarcato l’ho visto agire in tante prese di posizione ‘maschie’ e gay. Dove da che mondo è mondo la misoginia la fa da padrona. Ovviamente, ci si guarda bene dal dichiararla apertamente. Soprattutto se si è alla ricerca di manovalanza libertaria. A basso costo. E di lotte in affitto.

Milena A. Carone

 

NOTA 1
Questo scritto rielabora alla buona quanto ho provato a dire in un incontro che si è tenuto a Lecce il 14 aprile 2016 dal titolo Il corpo generativo delle donne.

NOTA 2
Ho esordito con una lieve bugia [e sono le parole esatte con cui ho iniziato a parlare il 14 aprile]. In effetti non sono alla ricerca della pace dei sensi. E mai lo sarò.

 

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P.S.:
la canzone che forse stai ascoltando in sottofondo è “All I want is you”, colonna sonora di Juno. Tra le altre parole, ho tradotto così così queste:
Se tu fossi il legno, sarei il fuoco
Se tu fossi l’amore, sarei il desiderio
Se tu fossi un castello, sarei il tuo fossato
E se tu fossi un oceano, mi piacerebbe imparare a stare a galla.

L’immagine in questo pezzo è tratta dal video della stessa canzone su youtube.

Hanno a che fare con questo scritto? Non saprei. Mi piacevano.
Ma ognuna è libera di fare le connessioni che crede.

 

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