non tutte, ma chi

Ho svolto attività politica in quello che va sotto il nome di movimento delle donne. Per un quarto di secolo. Giorno più giorno meno.

La locuzione movimento delle donne (e affini) non mi è mai piaciuta.

In ogni occasione possibile, già allora, l’ho fatto presente. Alla mia maniera. Non è stato facile. E non è stato semplice.

Parliamo di tempi in cui conquistare, da parte di alcune, diritti per tutte era questione all’ordine del giorno. Per capirsi.

Però l’ho fatto già allora. Dicendo che ogni lotta riguardava alcune, non tutte. Riguardava significa molte cose. Coinvolgeva. Interessava. Etcetera. E questo anche quando, sulla carta, si trattava di ottenere qualcosa che sarebbe servito, sempre sulla carta, a tutte.

In Italia (circoscriviamo la faccenda, così ci capiamo) le donne tutte sono uscite dal giogo dell’oppressione quando hanno conquistato una serie di diritti. Di voto, certamente.
Poi, il diritto dei dirittti, ai miei occhi. Il Diritto allo Studio.

Quello è stato per me il momento vero dell’emancipazione. Universale.

Dopo di che, nessun alibi.
Dopo di che, la Libertà.
Di fare tutte e ognuna un po’ quello che ci pare.
Incluso fare a meno della libertà, ciascuna per sè, nelle proprie private vite.

Uscire dal giogo dell’oppressione (quella roba che consentiva di dire e urlare “tutte le donne”) comporta libertà. Senza giri di parole. Libertà fatta di cose varie. Tra le quali, sempre per quanto mi riguarda, la consapevolezza di essere differenti. Non parlo della cosiddetta differenza sessuale. Parlo proprio di differenze nell’universo “donne”.

Anche qui, mi sembra di scrivere cose terra terra.

Dopo di che, di volta in volta, si trattava di lottare per qualcosa che riguardava donne con aggettivi appresso. Donne lavoratrici. Donne madri. Donne avvocate. Donne sposate. Donne violentate. E sì, anche donne lesbiche, perchè no?

Non tutte, ma chi.

So di dire delle banalità, per certi versi. E per altri di dire cose che, se sono date per scontate, vengono spesso dimenticate.

Perchè il rigurgito di “tutte” è presente ovunque.
Occorre avere gli occhi aperti. E parlare a carte scoperte.

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La giornata del 2 giugno quest’anno in Italia è stata ricordata in modo peculiare. Uso il termine peculiare, per non dire altro.

Scadenza contemporanea all’ennesima morte di donna ammazzata dal proprio compagno.

Così, abbiamo visto e sentito Sindaci (penso a quello di Milano) coniugare diritto al voto alle donne e violenza alle donne. In vario modo. La faccenda è stata pervasiva. Ovunque.

Il giorno 2 giugno su Facebook è circolata un’immagine. Fatta di due frasi. Condivisa anche da una mia Amica. E per questo scrivo. Glielo avevo promesso. A sua volta, lei la condivideva dalla bacheca di una Associazione, che si occupa di violenza sulle donne e anche di altro. Riguardante donne. 

Le frasi sono queste (con tanto di firma, da parte di una signora Chiara etcetera):

70 anni fa le donne italiane conquistarono il diritto al voto.

Ora vorremmo anche quello di lasciare il fidanzato senza rischiare di morire ammazzate.

Nella prima frase Chiara usa la terza persona plurale. Ci può stare.
Non tutte hanno lottato, prima.
E non tutte lo hanno utilizzato, dopo.
Ma certamente tutte lo hanno ottenuto.
Non sottilizziamo.

Nella seconda frase usa la prima persona plurale. Noi.
Il riferimento al collettivo plurale però resta. Per la connessione con la prima frase. 
Come a dire: tutte noi donne ora vorremmo…

Ecco, scrivo oggi per dire che quelle frasi il 2 giugno mi hanno fatto accapponare la pelle. Ho reagito. Sia con l’Amica, sia con l’Associazione. Quest’ultima ha replicato scrivendo della necessità di cogliere i paradossi.

Vorrei dire pubblicamente alla donna che su Facebook scrive per conto di quell’Associazione che i paradossi sono il mio pane quotidiano. Ma che perfino i paradossi hanno un limite di verità da non valicare. Neanche se si vuole fare (o condividere) amara arguzia.

Terra terra, la questione è semplice. Così semplice da passare inosservata. Inducendo in errore. Perchè?

Non tutte le donne in Italia hanno un fidanzato.

E, per quel poco che ne so, non tutte le donne che hanno un fidanzato vivono un’esistenza dove è presente, sia pure all’orizzonte, un tale rischio.

Dice… ma stai a cercare il pelo nell’uovo.

Sarà, ma è un pelo grande così.

E dire che quell’Associazione lì si occupa di tanto in tanto anche di diritti lgbt.

M.A.C.

 

P.S. 1:
Scrivo all’indomani di una strage. Lo avevo promesso all’Amica di cui sopra. E nonostante l’orrore, scrivo.
Quasi tutte le cronache parlano di “persone ammazzate”. Non sono ancora riuscita a trovare un elenco preciso. Probabile che siano donne e uomini. Più uomini che donne. Nel caso, ammazzate non perchè donne. E ammazzati non perchè uomini. Ma perchè si trovavano in un locale gay. Per il resto, non saprei dire con certezza se, prese e presi una ad uno, erano tutte donne gay e tutti uomini gay.
Ma sono morti.
Lottare perchè questo non accada mai più ha un senso. Un senso politico. Non solo per la libertà dei cosiddetti gay.
Se tanto mi da tanto, per la libertà di tutte e tutti.

P.S. 2:
Il giorno prima, sempre nella città di Orlando in Florida, dopo un concerto musicale, un uomo ha ammazzato una donna. Lei era una cantante. Si chiamava Cristina Grimmie e aveva 22 anni. Lui, dicono sempre le cronache, era un fan squilibrato. Che dopo, solo dopo, si è suicidato. Squlibrato, ma col rispetto dei tempi.

 

Alla memoria d Cristina (e sì, di tutte e tutti) dedico Alleluja di Leonard cantata da K.D. Lang, qui sotto.

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