punto eu e basta

Ah, ecco. A proposito di cose virtuali: in primavera, tra una sistemazione di Cisterna e l’altra, penso che per quello che ho in mente posso aprire un sito web. Un altro.

L’acquisto di a carte soperte punto eu, come altro di web che mi riguarda, è stato curato da mamo, sempre lui, quello delle cose semplici.

Mamo che nella primavera 2011 mi fa: zia - non sono mai riuscita a farmi chiamare per nome - c’è già un sito molto simile, cartescoperte punto com. senza la a iniziale.
Che roba è?
Vediamo un po’, è una rivista locale, dalle parti del fiume Brenta.
Vabbè e allora?
Mah, non dovrebbero esserci problemi per la ricerca web, appena lo riempi di cose, vediamo di indicizzarlo.

Uhm… però non lo voglio punto it. Punto it abbiamo già il 50e50. Punto com ci sta questo, va a finire che mi finiscono sulla Riviera del Brenta.
Allora punto eu, zia! Punto eu si può? Mi piace punto eu. Mi sa di Archimede. Te lo ricordi, Archimede?
Sì che me lo ricordo. Allora a carte scoperte punto eu. Procedo?
Ok, vai.

Per il cartaceo, avevo deciso di stampare solo 100 copie, come 100 erano i capitoli. Non era solo per continuare il gioco del 50E50. Era per finanze magre. Alla fine decisi di portare alle estreme conseguenze il gioco: il cartaceo non ha un prezzo di copertina, niente casa editrice, autarchia pura.

E allora, dissi testuale alla Delegata: chi vorrà il libro dovrà farmi vedere che ha versato 50,50 euri alla Sede nazionale come contributo a Congresso. Ecco. Poi, la Sede deciderà cosa farne, se spenderli in proprio oppure per sostegno a donne che non possono permettersi viaggio e/o soggiorno a Bologna la cara.

È andata così: le donne più vicine a me e/o sensibili hanno compreso e so bene quanto è costato per qualcuna di loro mettere un euro sull’altro. Penso a Lola, giusto per dire. Conservo ancora le copie di bollettini postali che alcune mi hanno inviato a conferma del versamento. Durante la Scuola politica del settembre 2011, la Sede nazionale in qualche caso ha deciso di operare degli sconti, alcune copie sono state donate a chi aveva versato un contributo di soli…. euri 25. Insomma, alla fine, una goduria.
Certo, per tutte si è trattato di un mini-aiuto, che però ha consentito a chi non poteva ma lo voleva fortemente, di andarci a quel benedetto Congresso, oppure alla sua Anteprima. Oggi, col senno di poi, penso che molte donne che hanno fatto così tanti sacrifici per arrivare in quella sala D’Accursio sono state ripagate malamente. Mi vengono in mente le giovani indignate. Ma è ancora presto, per dire di loro.

lola fb

21.09.11 – Lorenza Valentini pubblica su facebook questa foto, con le parole: “Pausa. Pranzo.”

Tornando al web, la struttura del sito, questo sito – perché post_illa esce solo sul web – non è stata curato da mamo, a differenza del 50e50.it.
Nel frattempo, grazie alla Staffetta e ad Enza avevo conosciuto lisbeth. Ok, la chiamo così io, per le sue capacità investigative web che hanno dello strabiliante. Si chiama Maria Antonietta e il cognome è Nuzzo. Non so più quante sono state le volte che, dalla Staffetta in poi, ovviamente soprattutto Pina, si è ribadito che Maria Antonietta non ha alcun legame di parentela con lei.
Oggi, per fortuna, siamo esentate anche da premure di basso profilo.
Per fortuna, son finiti i tempi anche delle accuse di simil-nepotismo.
Questo accenno a lisbeth nuzzo mi offre il gancio per dire altro. Che ha a che fare con la parola basta.
Sono stata indicata in vario modo, nel corso del tempo, a proposito del mio rapporto con Nuzzo. La favorita era uno dei più carini. Non è che me ne fregasse molto. C’è di peggio, appunto. Inoltre, ammesso che di favori si sia trattato, nessuna come le donne della Sede nazionale conosce pesi e contrappesi di tali forme di favori. Chi li ha avuti, lo sa.
Per quel che mi riguarda, so di condividere con altre qualcosa di significativo, che ha quindi un senso politico da spendere: il rapporto con Pina è stato ed è tuttora molto impegnativo, perché regolato dalla politica. Ma è un rapporto possibile proprio perché è la politica a dargli sempre una misura. Nell’Udi, nel lungo periodo che ci ha viste insieme, dal 1985 al 2011, i pesi sono stati di vario genere. Gli anni fino al Congresso 2002/2003 non sono stati affatto più facili a confronto di responsabilità e conflitti successivi. Tante e tanti. Nei primi anni, quelli che potrei definire del mio apprendistato udìno, Pina mi ha consentito di sbagliare e di sbattere i denti forte, fortissimo, da sola contro molto e molte. Non finirò di esserle grata per questo. Ops, scrissi grata.
Ok, diciamo che ho provato a rendere, in grazia, l’interesse. Penso di esserci riuscita in più di una occasione. Se a qualcosa sono veramente grata nel senso classico del termine, di una gratitudine a fondo perduto, è se mai alla fortuna.
Dal Congresso in poi – quello del 2003, perché l’ultimo non sarà mai degno di questo nome per me – è stato tutto un susseguirsi di eventi serrati, entusiasmanti e impegnativi: il nuovo Statuto, i tanti impegni pubblici, le Campagne.
La cosa più forte che ci tiene tuttora unite è l’ancoraggio all’autonomia della politica delle donne, o per dirla con altre parole, la signoria di sé, la titolarità.
Nell’Udi c’è stato, e so anche quando c’è stato, un momento nel quale ho detto: basta.
È accaduto sul finire della Staffetta, quanto a tempi storici. Ne ho avuto piena consapevolezza solo all’Assemblea di Pesaro.
Non gliel’ho mai detto con parole così chiare come queste che provo a digitare ora. Ma so che Lei sa.
Adesso, si tratta soltanto di dare senso politico ai sentimenti, e per farlo occorre renderli visibili.
Il mio basta ha a che fare un po’ con ciò che pensavo e in parte penso sull’autorità. O meglio ancora, con quello che – quanto erroneamente o più furbescamente non saprei – è stato definito uno dei suoi difetti: l’autoritarismo. I rimproveri di autoritarismo, muti o verbalizzati che fossero, sono stati variamente declinati in forme e significati, da parte di alcune donne dell’Udi nei suoi confronti.
Ebbene, niente di più falso, almeno ai miei occhi. Il mio basta infatti aveva a che fare col suo esatto contrario.
In molti casi le accuse di autoritarismo erano semplicemente pretestuose e ignave. Potrei fare decine di esempi tra chi ha usato l’accusa di autoritarismo ed alcuni sono tra i nomi e i cognomi dei fu omissis: lo hanno fatto quasi sempre dopo aver ricevuto generosità e spinte e richiesta di titolarità in proprio. Invece, altrettanto spesso, ricercavano solo una complicità a buon mercato.
C’è uno scritto di Pina a questo proposito che è ancora oggi per me illuminante, ricordo che nel titolo c’è la parola amicizia. Vedrò di ritrovarlo.
Per tornare al mio basta, non saprei dire molto altro oltre al fatto che so quando è scattato, ossia allorquando nell’Udi si sono fatte non solo più chiare ma soprattutto determinate le spinte per un ritorno al passato o comunque per un suo reindirizzamento su binari paralleli a quelli di formazioni politiche di sinistra in Italia.
Stabilire ora quanto questa operazione sia stata frutto più del bisogno di tali formazioni di avere una cassa di risonanza tornata autorevole in un momento di crisi della politica istituzionale, oppure di un bisogno femminile di affiliazione e subalternità strisciante che pervade da sempre alcune, francamente non saprei. E forse non mi interessa molto stabilirlo.
Sta di fatto che ho pensato che Pina sia stata volutamente poco autoritaria nell’Udi – ossia, ripeto, l’esatto contrario di ciò che alcune le hanno imputato – poco autoritaria di quella forma di autorità che per me avrebbe generato sì conflitti e anche lacerazioni, ma avrebbe consentito alla fine di fare chiarezza.
Non so se questo ha a che fare con rimozione/paura del conflitto, né mi va di avventurarmi su analisi alla buona su quanto pesi di volta in volta nelle varie occasioni in noi tutte più la voglia onnipotente di essere amate e/o l’esigenza necessitata di essere temute. So solo che Lei non lo avrebbe mai fatto. Punto. E questo, oltre a farmi stare male, mi ha portato a dire: basta.
Con semplicità, senza conflitto, però basta.
Oltretutto, non so neanche quanto questa mia opinione abbia al fondo una validità, perché non ho avuto prova del contrario. Non so cosa sarebbe realmente accaduto se Pina avesse deciso, come pensavo avrebbe dovuto, di tagliare alcuni rami secchi, giusto per usare un linguaggio aziendale, visto che ora non mi viene un’altra immagine.
Davanti all’ignavia, in alcuni casi all’opportunismo, se non addirittura alla smaccata falsità di alcune sedicenti dirigenti nel 2009, per esempio, al mio sguardo Lei avrebbe dovuto calare addosso a dir poco una mannaia. Alcuni comportamenti erano da radiazione per me. Punto. E basta, appunto.
Non ho la prova del contrario e quindi non posso aggiungere altro se non che da allora le nostre strade nelle iniziative dell’Udi hanno continuato a correre insieme sì, ma per quanto mi riguarda a scartamento ridotto e via via sempre con meno speranze.
Sapere quello che è accaduto dopo, quindi, non solo non mi consola, ma non mi dà neanche ragione, perché non ho la prova del contrario.
So che a proposito di speranze devo ancora raccontare altro, perché c’è altro da raccontare.
Una speranza di cui posso dire qui subito è un’altra, per restare in tema.
Non mi è mai piaciuta l’unanimità, oltre al piccolo particolare che l’Udi ha sempre covato in seno ipocrisie d’accatto in questo.
Ho sperato che la visione di Pina venisse accolta dalla maggioranza delle donne dell’Udi, questo sì.
In subordine, davanti all’impossibilità dell’avverarsi di questa speranza, ho sperato con la stessa forza se non con una forza maggiore in altro: e cioè che Pina non si convincesse – come alcune direbbero, per il bene dell’Udi  – a prestarsi a operazioni di compromesso malcelato da volemose bene, con apparenti cambiamenti perché nulla cambi, con una Delegata sempre naturalmente pronta a diffondere e infondere autorevolezza, bellezza e sapienza in molteplici iniziative fuori dal già visto da una parte, e con il perpetuarsi di comportamenti che ormai erano per me smaccatamente in contrasto con i princìpi che avevano consentito la nascita e sostenuto la crescita di ben tre Campagne nazionali di quella portata, dall’altra.

Rileggo il tutto e mi avvedo di avere scritto la parola maggioranza.
E allora sì, siamo finalmente giunte alla farsa del Congresso 2011.

vai

 

 

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

 

I commenti sono chiusi.