rosso tiziano

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Una Serenella nel 2007 faceva la Consigliera di parità. Allora, provinciale. Dopo, anche regionale. Ora, solo regionale. Serenella nel 2010 prenderà anche lei tra le mani un dossier Immagini amiche.

serenella molendini

Serenella nell’ottobre 2007 aveva programmato un evento sul lavoro femminile, che poi sarebbe l’occupazione principale di queste donne.

la formazione per l’occupazione femminile
locandina – part.

Istituzione seria le Consigliere di parità. Sono nate per occuparsi di lavoro e lo continuano a fare da circa vent’anni. Quasi caso raro. Al mio sguardo, tutt’altra cosa da certe Commissioni Pari Opportunità locali messe lì con adeguata spartizione partitica per occuparsi di fiorellini e beneficenza, o quasi.
Fatto sta che, nel nostro andare e venire per l’Italia, mi dico che posso anche fare tappa a Lecce per congiungermi carnalmente alle mie Macare nel Tiziano, che sarebbe quell’albergo multi-funzione, con tante sale e salette dentro, dove voterò anch’io, il 14 di ottobre, già detto.
Alle Macare l’idea di fare un banchetto per le firme anche lì venne in mente perché Serenella il Seminario su donne e lavoro lo faceva al Tiziano, in una sala grande, che per arrivarci ti toccavano un bel po’ di corridoi, grandi abbastanza pure loro: Consigliera Serenella, che ne dice se ci mettiamo citte citte a prendere firme come citte citte, in un corridoio bello?

banchetto 1

Citte citte, ormai è risaputo, era come si chiamavano prima le Macare, per via di cittadinanze e del dialetto salentino. Zitte non sono state mai, almeno in un certo senso. Pochi convegni macari, questo è sicuro. Per nulla patinati, altrettanto certo.
Fu così che Serenella, contenta pure lei, diede alle Macare un posto molto ok, di quelli tipo incrocio con semaforo, dove, se pure non vuoi, il vetro te lo lavo lo stesso e poi decidi.

banchetto 2

Serenella Molendini a me concederà anche presenza non programmata per il microfono della sala grande, per dire a donne e uomini convenute e convenuti sul lavoro quello che come Udi stavamo a fare anche per loro, piazzate come lavavetri gentili in un corridoio luminoso.

Dirò le quattro cose che devo dire, ringrazierò col cuore e via, di corsa, ad aiutare le mie donne del banchetto firmaiolo.
Passa dal banchetto una donna.
Una come ne ho conosciute tante, non solo a Lecce.
Una che mi spezzo ma non mi piego a nessun compromesso.
Insomma, nell’immaginario di alcune teste femminili e non, tutt’altra cosa da Udi, che sempre in certe teste deve essere una schifezza veramente, a confronto di cotanta e più purezza. Purezza femminista o comunista non saprei, per detta circostanza.
Diciamo purezza e basta. Del comunismo non posso dire molto, neanche da lontano. Se la traduzione di femminismo è quella che vedo in giro, non devo conoscere bene neanche femminismo.
Fatto sta che la pura di cui sopra passa e non avanza. Passa e si ferma.
Si ferma e… no che non la firmo questa cosa, questo cinquanta più cinquanta delludi – delludi tutto attaccato – neanche se mi preghi in cinese te la firmo.
Pregare, non pregai affatto. In cinese, poi. Il cinese all’italiana lo lascio tutto ai nostalgici di un libretto rosso anni settanta. A loro e company lascio anche le foto di Mao e company, in sgabuzzini contrabbandati per collettivi autorganizzati pronti alla rivoluzione prossima ventura. Cose del tempo che fu, anche se in qualche retrosgabuzzino si ritrovano ancora. Qualcosa so dei diritti umani in Cina, so delle donne e di come stanno messe in Cina. Oggi come allora, ma questa è un’altra storia.
La donna non firmò, e passi. Per dimostrarle che facevo dono della mia attenzione a parole di tal fatta, ma soprattutto per toglierla dal banchetto dove si accalcano in tante e tanti, me la porto a spasso per quei corridoi.
Presi pausa, facendole credere che ascoltavo le argomentazioni, dove continuò con la tiritera sulla purezza femminista che non deve chiedere la parità perché siamo differenti. Ennesimo triciclo di parole  leggiucchiate. Triciclo in questo caso sta per riclicaggio all’ennesima. Cinque note a margine, se no qui divago troppo. 76
Esattamente un anno dopo, una donna leccese che non nomino per… pura bontà, con altre manderà lettere in società, per chiedere uno spazio pubblico per una Casa. Si conserva copia di missive dove trovai carogiovanni e compagnoassessore.

sen. Giovanni Pellegrino
già Presidente Provincia Lecce

A una istituzione ci si rivolgeva con parole che a essere buone sono di uno sgabuzzino. Parole provenienti da chi pensa che certe cose, se si fanno da una parte sola, non ci si cala in nessun compromesso. Anzi, si fa cosa buona di donne di sinistra, pensieri al top del top di quello che passa ogni convento con relativo mistero di schieramento annesso. A futura memoria per le Macare, per chi verrà, come per le pochissime che allora si rammaricarono per la decisione risoluta della Garante: Udi Macare non firmerà la richiesta e neanche le altre successive.

Nei primi passi informali c’è stato un coinvolgimento – quasi casuale – dell’Udi Macare e per supportare la bontà della richiesta una donna che non nomino 2 pronuncerà: dateci questa Casa, c’è anche l’Udi con noi, è cosa seria.
Quando la frase mi sarà riferita, la decisione era stata già presa. La formalizzai con lettera stringata, a futura memoria anche di un protocollo provinciale. Le missive che cito sono nelle carte dell’Udi Macare, penso che la responsabile dovrebbe mandarne almeno una copia a Udi Archivio Centrale.
Il prosieguo della vicenda?
Si diede la Casa in campagna elettorale, c’è sempre una campagna dietro l’angolo in Italia, fosse anche provinciale e ogni scherzo vale.
Ci si è fatti belli per la concessione. Quando è subentrata amministrazione di altro colore, con operazione prossima a ciò che va sotto il nome di spoils system, la Casa è stata tolta. A me dispiace, ma ciò non toglie che si tratti di esito miserabile di vicenda partita male e finita peggio. Soprattutto, dagli errori si deve e si può imparare. Per un po’ di tempo, in stanze provinciali e non, si è pensato che Udi facesse veramente parte della partita formalizzata. Del resto, confusione può crearsi se si usa locuzione pomposa come Casa delle Donne di Lecce.

Nei frangenti iniziali, nei primi del 2009, le Macare erano alle prese con la loro Staffetta, avevano da economizzare energie su cose concrete: fare politica. Le parole che dissi allora restano ancora. Siete state il Primo Centro d’Italia sulle firme del 50 e non avevate una Sede. Per far politica non serve una Sede. A voi non serve una stanzetta tanto per far numero, in una Casa con un tetto tremolante di fatto e ancora di più sul piano simbolico. Non chiederete mai una Sede per l’Archivio Udi Provinciale di Lecce in campagna elettorale. Lo farete dopo il riconoscimento regionale senza distinzione a ogni Istituzione, a testa alta. Se la daranno, bene. Se no, potrete sempre scatenarvi sulla stampa, a testa alta.
La vicenda ha corollari: chi è stata in buona fede, chi è subentrata all’oscuro dell’origine adesso ha chiaro il come e il perché se una cosa nasce storta non finisce dritta.
Oggi, quelle donne non conoscono gli ingarbugli in cui sono finite.
Oggi, trovano solidarietà ieri alienate, ricevono attestati di complicità per partito preso, belle parole che servono solo per dare in testa alla parte avversa.
Vicenda miserevole che alle donne Udi come le Macare fa accapponare la pelle.
La politica delle donne è soprattutto questione di stile.

Loredana Capone
già vicepresidente provincia Lecce

 

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NOTE

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Prima nota a margine:
le Macare hanno usato al femminile la parola quando, con la Tricicla iniziativa debitamente registrata, sono andate in giro per autofinanziarsi con oggetti usati. Seconda nota: nel Tiziano del 2007 finì che presero un sacco di firme. Grazie, Consigliera. Dirò poi cosa farà Udi nel 2010 con Serenella, quando arriverò a una spilla di corallo rosso.
Terza nota:
a proposito di colori, sono esperta a furia di frequentare artiste presidenti. Il mio preferito è il verde veronese, adoro quello del mio mare d’inverno, con tante e tali sfumature che neanche se t’impicchi all’ultimo pennello riuscirai mai a riprodurlo. Quelle sfumature sono pure.
Quarta nota:
non metterei neanche una falangetta sul fuoco, ma forse la stessa donna l’avevo incontrata anni prima a raccogliere adesioni per la riforma sul 51, la schifezza vera delle fu quotine, per la quale hanno ritoccato la mia Costituzione. Non ricordo bene. Potrebbe essere, perché nel tempo ha abbracciato pari opportunità. Sì, corsero a firmare quella richiesta, poi col 50 di Udi non vollero sporcarsi. Ricordo cosa dissi nel 2002 a Lecce, questo sì, a tutte nessuna esclusa, dall’estrema sinistra all’estrema destra, inclusa Adriana Poli Bortone che in loco raccoglieva adesioni e in Senato si schierava fieramente contro le quote: questa cosa non serve a niente. basta quello che c’è già in Costituzione, se hanno la volontà autentica di riequilibrare questa benedetta  Rappresentanza. che state a fare? alla fine vi toccherà anche ringraziare. Ringraziarono. Poi, non solo Prestigiacomo ci pianse su.
Quinta e ultima nota: si fa scansione digitale di articoli vari, pezzo da Alludi, del quale ho perso l’originale elettronico. Parole stampate nel 2002 e pronunciate in un Congresso Udi. Vedere articoli vari in varie ed eventuali 2007 [06] dove si trova anche la formazione per l’occupazione femminile, locandina dell’evento presso Hotel Tiziano, Lecce 05.10.07 organizzato dall’Ufficio della Consigliera di parità Serenella Molendini.

banchetto 3

 

POST SCRIPTUM 2013:
Oggi, i locali dell’ex Liceo Musicale “Tito Schipa”, già concessi al Consorzio “Casa delle Donne di Lecce” poi sfrattato, sono in via di ristrutturazione. Il progetto prevede, tra l’altro, la realizzazione al primo piano di una sala insonorizzata destinata alle prove dell’Orchestra della Fondazione Ico “Tito Schipa”. Oggi come allora ritengo che l’ex Amministrazione Provinciale abbia agito in maniera ipocrita e opportunistica nei confronti di quelle donne, in quanto nelle stanze dei bottoni di Lecce la destinazione  era già cosa fatta nei confronti della Fondazione. Amen.

ex Tito Schipa – Lecce

 

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