se ismaele e isacco avessero avuto il twitter

Se cerchi Isis su youtube il primo video ha dentro un uomo, con altri a sparare su una terrazza irachena. Forse irachena. Dopo qualche secondo la sua testa viene centrata in pieno. Spappolata. Da un cecchino Isis. Pare. Il video prosegue. Con altri che continuano a sparare. La cosa più raccapricciante, per me, sono i commenti. Occidentali. Espertissimi in tecniche da cecchino. E videogiochi. Pare che si sia alzato troppo, quello stupido…

Ho trovato il video emblematico di quanto va accadendo. Dalle terrazze alle piazze. Virtuali e non. Del nostro tempo. Da una parte si fa sul serio. Dall’altra si gioca. A polemizzare, a discettare, a dividersi. Su facebook e altrove. Ora è la volta di quanto accaduto due giorni fa a Parigi, quello che significa e che comporta. Per noi occidentali.

I più esperti tirano fuori nozioni di storia passata e geografia modernissima, religioni antiche e interessi da multinazionale. Un gran bel vedere.

In Italia lo sport più diffuso resta quello del complottismo. Sarà che da quando esiste la Repubblica sono veramente pochissime le inchieste che hanno fatto luce su stragi e terrorismo. E poi siamo fatti così. Che ci vuoi fare.

Sono una donna di circa sessant’anni. Nata in Italia. E ho paura. Senza paura, lo dico. Ho vissuto gli anni delle stragi e del terrorismo italici. Ma era un’altra paura.

Mi fa paura ogni fondamentalismo. E quel poco che ho capito di ciò che va sotto il nome di fondamentalismo islamico mi atterrisce.

Il Patriarcato non è morto nè manco moribondo. Si è solo trasformato. Multiculturalizzato.

Gli interessi economici? Oh, se ci sono. C’erano anche ai tempi delle Crociate, se è per questo. E allora?

Ah già! La soluzione c’è. Intanto, sentirsi un tanticchia in colpa. Chè non guasta mai. I sensi di colpa, si sa, fanno andare avanti il mondo. Intorno a me, da ogni parte, almeno da quelle parti che dovrei chiamare amicizie, stando ai termini della modernità virtuale, è tutto un profluvio di sensi di colpa occidentali, mascherati o meno che siano.

Poi mi ricordano che le morti sono ovunque. In tutto il Mondo. Come se ce ne fosse bisogno.

Infine, naturalmente, c’è chi rispolvera la lettera di Terzani a Fallaci, datata 2001, ma sempre attuale. Lettera che parla di pace e di speranza. Nel commento finale il rispolveratore mi informa che la soluzione della guerra al terrorismo, come fomentata da Fallaci, ha prodotto quello che ha prodotto. Chiudendo con un bellissimo Stay human! E stop.

Non saprei dire con certezza se quanto accaduto nel Mondo negli scorsi 14 anni sia esattamente quanto consigliava Fallaci. Di Fallaci ricordo soprattutto le analisi, non tanto le soluzioni. Le prime non sono molto differenti da quelle di Terzani, che per parte sua non dava molte soluzioni, neanche lui, nel 2001, a parte pensare la pace e coltivare la speranza.

Ma tant’è, io ci ho provato. Io ci provo. A traccheggiare con non-violenza da una parte e coltivazioni di speranze dall’altra. Ci provo.

Però ho paura. E la voglio dire. Una paura che ha molto a che fare con le analisi di Fallaci. Molto di più di quelle di Terzani. Quello che mi colpì a suo tempo delle parole della giornalista, sarà che mi interessava più di altri, era il suo argomentare sull’uso dei corpi di donna da parte dei cosiddetti mussulmani. Corredato da statistiche.

In questi quattordici anni i numeri, almeno in quella direzione, hanno dato ragione a lei. E di più. Sia come dati di immigrazione, sia come diffusione di credo religioso.

Ecco, la mia paura più grande è ancora una volta questa. Perchè ho sempre fatto politica delle donne e il mio sguardo è andato sempre soprattutto in quella direzione. Mi fa paura il pensiero di donne che vengono fatte figliare per mandare figli in una guerra santa. Nel terzo millennio.
Perchè in occidente, come la si voglia rigirare, la faccenda per il genere femminile sta messa molto diversamente.

Non sono una storica e non mi intendo molto di economia. Mondiale, poi…
Faccio quel che posso. Il mio lo chiamano lavoro culturale.

Non mi appartiene la guerra. Non mi è mai appartenuta. Non avendola posseduta, non la posso neanche ripudiare, come pure sta scritto in una Costituzione, scritta da Uomini che sapevano quello che facevano. E ce ne fossero, ora… Ma lasciamo stare.

Mi sento sempre da un’altra parte. Anche se so dove vivo. Con chi vivo. E da chi vengo governata o sgovernata. 

Sarò sempre da un’altra parte. E pure, proprio ieri ho scritto che, se costretta da una alternativa, saprei da che parte stare.

Il fatto è che non voglio avere una sola alternativa. Forse è questa la mia più grande paura. Più grande ancora di un aereo. Che per me è già grande. O anche solo una metropolitana. A Roma come a Milano. Di questi tempi.

Rifiuto l’idea di dover scegliere tra due Patriarcati. Di cui uno, obiettivamente, sono figlia. E a questo Patriarcato riconosco pregi, indubbiamente. Altrimenti non lo sceglierei, se costretta.

immagine tratta dal video "La Bibbia per i bambini: Isacco e Ismaele"

immagine tratta dal video
“La Bibbia per i bambini: Isacco e Ismaele”

 

Se Ismaele e Isacco avessero avuto un twitter, se le sarebbero cantate lo stesso. Alla grande. E più di loro i cosiddetti discendenti. Poi sarebbe arrivato un Paolo di Tarso. Sì, insomma, il San Paolo che scriveva Lettere dappertutto. Quello folgorato sulla via… indovinate un po’? di Damasco!

E tutto torna. L’Impero Romano come quello Ottomano. Una Conferenza di Yalta. E… se è per questo anche una Conferenza meno nota, fatta in piena Guerra Mondiale ancora in corso. Fatta dove? A Teheran! E chi c’era? Sempre gli stessi. Sembra una barzelletta. Un inglese, un russo e un americano. Ma non è una barzelletta. Dicono si chiami Storia.

Esagero se dico che per il futuro io voglio cambiarla la Storia? Sì, la vorrei tanto cambiare. Non riuscirò a vedere i cambiamenti con i miei propri occhi. Ma ci provo lo stesso. Praticando non-violenza (non mi viene la parola pace, sorry) e tanta tanta speranza. Altrimenti, neanche comincerei, senza quelle due. Lo faccio pensando alle violenze di ogni giorno. E vivendo le bellezze di ogni giorno. Il mio lavoro si chiama culturale. E vi piaccia o no, dentro c’è anche il lavoro di una donna di nome Oriana.

Milena A. Carone 15.11.15

p.s.
Anche l’audio è tratto dallo stesso video da cui ho preso l’immagine. Dalla prima parte, per l’esattezza. Francamente, lunghetta la storiella, per scaricarla tutta. E pesante.

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